Santuari e Chiese rupestri

SANTUARIO S. Francesco de Geronimo – Grottaglie

* Grottaglie e San Francesco de Geronimo *

Grottaglie, un comune del Salento settentrionale, deve il suo nome alla presenza di numerose grotte nelle quali trovarono scampo gli abitanti del territorio durante le invasioni barbariche. È ritenuta patria del noto scrittore latino Quinto Ennio, ma è più famosa per aver dato i natali al più grande missionario urbano dei tempi moderni ed uno dei più grandi taumaturghi: S. Francesco de Geronimo, gesuita. Conta circa 33.000 abitanti. Fu dotata di mura di fortificazione nel secolo XV. Ha un Castello Episcopio dove ha sede il museo della ceramica, lavorazione caratteristica della cittadina. Un intero quartiere è dedicato a questa arte. A Grottaglie nacque nel 1642 Francesco de Geronimo da una famiglia benestante e numerosa. Dalla mamma ebbe una profonda educazione religiosa. Si associò ben presto ad una comunità di sacerdoti presso la Chiesa Madonna del Lume. Sbocciò la vocazione religiosa. Compì gli studi secondari a Taranto presso i Padri Gesuiti, trasferendosi poi a Napoli dove si laureò in utroque (diritto canonico e civile) e in teologia. A 24 anni fu ordinato sacerdote. A 28 anni entrò nella Compagnia di Gesù. Dopo il noviziato c il completamento degli studi fu destinato alle missioni popolari, dapprima in Puglia, poi a Napoli fino alla sua morte nel 1716 a 74 anni. Predicò nei quartieri più malfamati della Napoli del 1600 con strepitosi miracoli e incredibili conversioni. Per le sue opere sociali fu definito “Restauratore sociale” e amico del popolo. Fu beatificato da Pio VII il 2 maggio 1806 e canonizzato da Gregorio XVI il 26 maggio 1839. Dallo stesso Pontefice, dietro richiesta delle autorità religiose, civili e militari, fu proclamato patrono di Grottaglie. Sul posto della sua casa i concittadini edificarono una chiesa. L’opera fu completata nel 1838, un anno prima della canonizzazione. Adiacenti al Tempio sono conservati l’ingresso e due stanze della casa, adibite a piccolo museo delle sue reliquie e testimonianze storiche.

*Storia della costruzione della Chiesa*

Nell’ottobre del 1827 passarono da Grottaglie, provenienti da Lecce, il P. Provinciale della Provincia Napoletana, Giuseppe Vulliet accompagnato dai PP. Nicola Sorrentino e Luigi Solari. Furono accolti calorosamente, visitarono con devozione la casa del santo e, con gioia, appresero che si raccoglievano dei fondi per una erigenda chiesa. La prima pietra fu posta nel 1830 dall’Ecc. Mons. Antonio De Fulgore, Arcivescovo di Taranto, come attestato da una lapide in latino, murata a destra di chi entra per la porta principale. Ne diamo una traduzione: Dove san Francesco de Geronimo nacque ora rifulge un tempio per la munificenza del canonico teologo Francesco Paritaro e per l’eccelsa devozione dei concittadini. La costruzione iniziò nel 1832 e fu completata nei 1838, con la generosa collaborazione dell’Arcivescovo e l’opera munifica dei grottagliesi in denaro e in lavoro. Il Tempio fu consacrato il 28 aprile 1916.

*Prospetto*

Il progetto, ideato dal P. Cavallo S.I., è un facsimile del Gesù di Napoli. La rifinitura interna fu curata dal giovane architetto gesuita Giovanni Battista Iazeolla. La facciata è in stile neoclassico con pilastri e capitelli ionici che sostengono un timpano sormontato da tre acroteri. È in pietra calcarea dura, con tre porte. L’insieme è armonico e grandioso.

 

 

*Interno della Chiesa*

L’interno, in tre navate con abside e cupola, è elegante e luminoso. Le pareti sono adornate da stucchi, affreschi e tele e arricchite da quattro pregevoli quadri provenienti dal Museo di Napoli, dono del Re Ferdinando II al Padre Quintino Rao S.I. Entrando, sulla destra, troviamo il primo quadro, la Madonna del suffragio con le anime del Purgatorio, che risale al primo ‘500 napole­tano; il secondo, di scuola fiamminga, dopo l’altare dell’Immacolata, riproduce il martirio di S. Orsola; il terzo vicino alla porta sinistra rappresenta la Madonna del Rosario; il quarto, prima dell’altare del Santo,il martirio di S. Bartolomeo. Gli affreschi del Santuario sono dei pittori: Domenico Carella, Ciro Fanigliulo e Arcangelo Spagnulo. Il tamburato centrale, con colonne scanellate in legno, è sormontato da una cimosa che rappresenta lo stemma della Compagnia, IHS, sorretto da due leoni, opera in traforo di Francesco Quaranta. L’affresco di Carelli Domenico raffigura l’apoteosi del Santo che benedicente si eleva al cielo. Stemma e affresco sono ora coperti dall’organo. Il tempio è a pianta greca con tre navate divise da simmetrici pilastri corinto-romani, quattro dei quali sorreggono la cupola, che svetta sugli edifici vicini e è inserita in un suggestivo panorama. Nella volta si ammirano pregevoli lavori di stucchi con arabeschi, rose, corone e ghirlande. È alta 24 metri. Il cupolino slanciato è illuminato da 8 finestre. Alla sommità del cupolino una ventarola con un angelo. Nelle velette della cupola sono dipinti i simboli dei quattro evangelisti, opera di Domenico Carelli di Martina Franca. L’esterno è rivestito di piastrelle lucide policrome di ceramica. Nell’anello di raccordo del tamburo si legge la citazione biblica di Giobbe (29,15-16) “Pater eram pauperum, oculus fui caeco, pes claudo (Ero padre dei poveri. Fui occhio per il cieco, piede per lo zoppo).

*Altari delle navate laterali*

Gli altari delle navate laterali, in legno, furono sostituiti nel 1916 da due altari di marmo lavorati a punta di scalpello. Quello a destra è dedicato all’Immacolata. La statua fu fatta a Parigi e dipinta come la Vergine di Lourdes. Quello a sinistra è dedicato al S. Cuore, opera in cartapesta del Cav. Manso di Lecce. L’altare a destra dell’abside è dedicato a S. Giuseppe. Accanto si venera un quadro della Madonna di Pompei con i misteri del Rosario, dono del beato Bartolo Longo.

 

 

*La cappella del Santo*

In fondo alla navata sinistra si trova la cappella del Santo. All’ingresso una lapide ricorda il 1941 anno nel quale la Chiesa fu dichiarata Santuario da S. E. Mons. Ferdinando Bernardi, Arcivescovo di Taranto e l’anno 1945 (26 agosto) in cui il corpo fu traslato a Grottaglie. La data ufficiale, però, è il 13 luglio 1946. La cappella è stata costruita nella stanza dove Francesco nacque. Alla sua sinistra è custodita, in una teca dorata, la maschera in cera del Santo. Sull’altare l’artistica preziosa urna di bronzo, cesellata con fregi d’argento e rivestita di velluto rosso. L’opera fu realizzata dalla ditta Catello di Napoli e custodisce le ossa in un involucro di cera che riproduce le sue sembianze. Nell’urna il Santo è disteso, rivestito con l’abito sacerdotale in cotta e stola. Il bassorilievo che abbellisce la parte inferiore dell’altare rappresenta la sua nascita, raffigura la mamma, il padre e un fascio di luce che dalla finestra illumina il volto del piccolo. Varie persone hanno constatato che questo fenomeno si ripete ancora il 17 dicembre alle ore 15 di ogni anno. Il bassorilievo è un solo pezzo in ceramica, opera degli artisti Arcangelo Spagnulo e Vincenzo del Monaco. Il figlio di Vincenzo, Orazio, è artefice del gruppo sull’altare maggiore e il nipote, Vincenzo, dell’ambone. Secondo la tradizione il santo, appena nato, cadde e sul pavimento si nota una rientranza concava, lasciata dalla sua testina. La balaustra di marmo, con cancelletti di ottone, è opera dell’architetto Michele Giannico. L’arco della Cappella è sovrastato da una tela che riproduce il miracolo del pane di Ciro Fanigliulo (Lu Milordu). Nel 1929 la Signora Carmela Lazzaro Motolese fece rivestire di marmo le pareti e il pavimento. Nel 1930 il predetto Ciro Fanigliulo dipingeva la volta della stanza dove nacque il Santo con schiere di angeli osannanti e simboli della nostra fede: l’agnello, l’eucarestia, grappoli d’uva e spighe. Nei medaglioni sei teste: la Vergine della Mutata, S. Ciro, S. Ignazio, S. Francesco Saverio, S. Luigi, S. Alfonso dei Liguori, S. Giovanni Berchmans. All’altare fu concesso il riconoscimento di “privilegiato” da Gregorio XVI (Documento della Congregazione delle Indulgenze 9 marzo 1845). Dagli archi pendono due lampade: una in ceramica del prof. Vincenzo Spagnulo, dono del Comune di Grottaglie, l’altra in cesello veneziano dono del Gen. A. Cerbino. A sinistra dell’altare si conserva la porta d’ingresso alla casa, protetta da una grata di ferro. All’esterno, la stessa porta, murata è protetta da un cancello. Una lapide in marmo recita così:

A DIO OTTIMO MASSIMO QUESTO TEMPIO SACRO A SAN FRANCESCO DE GERONIMO L’ECC.MO FERDINANDO BERNARDI ARCIVESCOVO DI TARANTO NELLA RICORRENZA DELLA FESTA DEL III CENTENARIO DALLA NASCITA DELLO STESSO SANTO PER CONFERMARE IL SINGOLARE MERITO E AD ACCRESCERE SEMPRE PIÙ LA VENERAZIONE DEL POPOLO IMPERVERSANDO PER IL MONDO LA TERRIBILE GUERRA NELL’ANNO 1941 VOLLE INSIGNITO DEL TITOLO DI SANTUARIO QUASI VATICINASSE QUELLA GRANDE GLORIA ALLA QUALE IL VENERANDO CORPO DI SAN FRANCESCO CON LA SUA VENUTA E CON LA BEATA PERMANENZA APPROVATE DALLA PAROLA DEL PAPA PIO XII NELL’ANNO 1945 STAVA PER GIUNGERE

*L’altare Maggiore*

L’altare maggiore, con balaustra, gradini e pavimento marmoreo fu costruito dal Canonico Pasquale Marinaro, Rettore del Tempio nel 1917. È maestoso e ricco di marmi preziosi. Due colonnine incorniciano il ciborio che ha una cassa d’argento con elegante porticina raffigurante, in rilievo, l’Agnello. Fino al 1948 era situato più avanti all’altezza del pulpito, con alle spalle un ampio coro. Quando il corpo del Santo fu traslato, per creare nuovo spazio, si decise di spostare l’altare maggiore in fondo al coro. Si ricuperarono alla chiesa 40 mq e un ampio presbiterio. Ai lati dello stesso altare furono sfondate le pareti per creare l’accesso in sacrestia, a destra, e a sinistra nelle stanze della casa del santo. Le due tele di m. 4,50×2,40 di Francesco Capuano raffiguranti S. Francesco che predica al popolo su una panca, vicino a Castel dell’Ovo e l’altra, Gesù che lo comunica, furono trasferite in sacrestia. Le pareti dell’altare maggiore furono adornate con quattro quadri in tela del Comm. Arcangelo Spagnulo: La guarigione di un’ammalata, la comunione generale nel Gesù nuovo ogni terza domenica del mese, la profezia al piccolo S. Alfonso de’ Liguori e la peccatrice ostinata Caterina che grida di trovarsi all’Inferno. In alto, dietro l’altare, era situato l’organo con la cantoria. Trasportato in fondo alla Chiesa nel 1957, al suo posto fu costruita una grande nicchia con l’intenzione di collocarvi una statua simile a quella di Jerace nel Gesù Nuovo di Napoli. Il sogno è stato realizzato 50 anni dopo. Con i dovuti permessi della Curia, ora troneggia un gruppo in ceramica, opera dell’artista Orazio Del Monaco. Rappresenta S. Francesco con una famiglia: padre, madre e due figli. È la più alta statua del mondo in ceramica. Misura m. 2,43. In attesa della statua, nella nicchia, fu collocato un devoto crocifìsso che è stato riportato dove era prima, accanto all’altare della Madonna. I fedeli lo sentono cosi più vicino. È aumentata la devozione e si sono intensificati i segni di affetto.

*L’organo*

Meccanico e tubolare fu costruito dalla ditta Agati Tronci di Pistoia nel 1905. Nel 1932 fu applicato un motore elettrico tedesco Ventus Ang Laukhuff. Dall’abside nel 1957 fu trasportato in fondo alla Chiesa sopra il tamburato. È unico nel suo genere, ma da anni tace.

 

 

 

*Il pulpito*

Il pulpito non faceva parte del corpo architettonico originale. Fu progettato dall’architetto Michele Giannico, eseguito dal marmista Salvatore Puzzovio e inaugurato il 31 luglio 1956. È un vero gioiello d’arte creato intorno ad un pilastro. L’arricchiscono alcuni pannelli di bronzo, opera dello scultore Cataldo Mariano e del fonditore Francesco Bisceglia. Rappresentano: il piccolo Francesco che insegna il catechismo ai compagni, la predica al popolo napoletano presso il maschio Angioino, il Santo che protegge la sua città. Seguono alcuni simboli: un giglio, la spada con il Vangelo, la semina del grano, un manipolo di spighe.

*Museo Degeronimiano nelle due stanzette del Santo*

Piano terra: Lo stipetto in direzione della scalinata che conduce alla stanza superiore è quello stesso che riguarda il primo miracolo: la moltiplicazione del pane per i poverelli. Ora conserva una statua in cartapesta del santo. A destra il pozzo che raccoglieva l’acqua piovana per gli usi domestici. Una scaletta rivestita di legno porta al primo piano. Si conservano varie reliquie e cimeli storici: indumenti, strumenti di penitenza, autografi, il sudario dove fu avvolto il cadavere, il lenzuolo che avvolse le ossa nella prima esumazione, le berrette, brandelli di stoffa del soprabito, la catenella acuminata che portava intomo alla coscia, la clessidra di legno, un reliquiario di argento con due costole, la mandibola inferiore. Quadretti contenenti due lettere autografe di S. Francesco, il decreto della santificazione con i due miracoli operati in Grottaglie, l’attestato di battesimo dall’archivio parrocchiale della SS. Annunziata. Un pannello su mattonelle di ceramica raffigura s. Francesco appena nato che scivola dalle mani della levatrice e cade per terra senza riportare alcun segno. Preziosa la reliquia del sangue. Il fratello coadiutore De Giore, infermiere, decise di tagliare un callo del santo morto per conservarlo come reliquia. Ma dal taglio cominciò a “scorrere sangue vivo e rubi­condo in tanta copia, che ne furono intinti molti pannilini ed anche riposta entro una caraffma la quantità di due oncie”. L’ampolla con il sangue è custodita in un reliquiario di legno rivestito da una lamina d’argento.

*Sagrestia*

La sacrestia ha forma rettangolare. Sulle pareti le tele di Francesco Capuano, professore dell’Istituto delle Belle Arti di Napoli. Rappresentano S. Francesco che predica al popolo napoletano nei pressi del Castel dell’Ovo; il Santo, sacerdote e novizio, che viene comunicato da Gesù. Sulla volta la gloria di S. Francesco del prof. Arcangelo Spagnulo e sulle pareti quattro tele ovali di autore ignoto con fatti della vita simili a quelli descritti nei quadri del presbiterio dallo Spagnulo.

*Foto interno Santuario e Casa natale del santo*

Le notizie sul Santuario S.Francesco de Geronimo sono state ricavate da ” I Quaderni del Santuario – Guida al Santuario”, una pubblicazione dei Padri Gesuiti di Grottaglie realizzata da P.Salvatore Discepolo, Rosa Saldutti, Cosimo Luccarelli.

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CHIESETTA della Madonna del Buon Consiglio – Grottaglie

*Premessa*

Il 25 aprile 1993 Giovanni Paolo II si recò in “Visita Pastorale” in Albania per festeggiare insieme agli albanesi la Madonna del Buon Consiglio. Il Papa, in quella circostanza, sottolineò la grande devozione di quel popolo verso la Vergine dai tempi dell’evangelizzazione cristiana avvenuta alla fine del sec.IV. Grazie ai Metropoliti di Tessalonica il culto mariano si radicò così profondamente tanto da restare indenne sia durante l’invasione slava che in quella turca nel sec.XV, anche se la feroce persecuzione costrinse gli Albanesi ad emigrare, con riti e simboli, nell’Italia meridionale. Fra le tante chiese rupestri eccelleva il «Santuario» di Scutari, dove era molto venerato un quadro della Madonna che il popolo chiamava del “Buon Consiglio”. Fu proprio quel quadro che per sfuggire alla distruzione iconoclasta dei turchi s’involò verso l’Italia approdando a Genazzano di Roma il 25 aprile 1467 dove la beata Petruccia, monaca di S. Agostino, aveva già preparato l’altare, oggi Santuario di Genazzano, affidato allo zelo dei PP.Agostiniani. Oltre Genazzano di Roma la devozione alla Vergine del Buon Consiglio è presente in altri centri del sud Italia.

*La chiesetta rupestre di Grottaglie*

Anche a Grottaglie esiste una chiesetta rupestre sulla strada Grottaglie-San Marzano in prossimità della Masseria Le Monache. Il noto storico grottagliese Prof. Ciro Cafforio nel volume “Cappelle urbane e rurali di Grottaglie” parla di un manoscritto del sec. XVI dove viene citata la ristrutturazione dell’antica “basilica” a tre navate, ridotta ad una navata, dedicata al Buon Consiglio, a cura del Sac. Giacomo Quaranta con le elemosine dei grottagliesi. Quindi la modifica della chiesa, resa a semplice cappella, si può datare negli ultimi decenni di quel periodo, anche perché nella visita pastorale di Mons. Brancaccio del 1577 viene registrata come chiesetta intitolata alla “Madonna del Buon Consiglio” o “Madonna dello Patro” cioè presso il prato o pianoro in cui c’erano i pozzi del Comune di Grottaglie. L’antica basilica grottagliese “doveva essere” una fotocopia di quella di Scutari in Albania, data la presenza di colonie albanesi nella vicina San Marzano di San Giuseppe. Da registrare che su molti documenti di quel periodo si parla di casali albanesi nel tarantino con comunità cristiane e chiese dedicate alla Vergine, in quanto nella vicina Oria il nobile capitano albanese Demetrio Capuzzimati favoriva l’accoglienza a tanti suoi compatrioti. L’attuale chiesetta, meta di pellegrinaggi mariani nel mese di aprile di ogni anno (17apr – 26apr) da parte di molte famiglie e devoti grottagliesi, è stata curata ed anche “manutenuta” nel tempo (ultimi 200 anni) dalla bontà di cuori sinceri e devoti alla Madonna del Buon Consiglio. Alcune testimonianze orali sono state raccolte dal Sac. Don Cosimo De Siati nel 1993, dove si parla di una certa signora Bettina Pinto, grottagliese, che ricordava di aver sentito dalla nonna Lepraro Maria Giuseppa che una sua zia di nome Addolorata, proprietaria di un terreno vicino all’attuale chiesetta della Madonna dello Patro, si recava a pregare durante il giorno, tenendo accesa una piccola lampada ad olio davanti alla Madonna. Molti pastori si rifugiavano nella chiesetta durante i temporali oppure sostavano brevemente durante il cammino. Quindi circa 170 anni fa quella chiesa era un luogo quasi abbandonato che offriva ricovero, raccoglimento e preghiera per viandanti e gente che lavorava nelle campagne vicine. Alla morte della signora Addolorata, la nipote Maria Giuseppa continuò a tenere la lampada accesa alla Madonna curando nel migliore dei modi la chiesetta per oltre quarantanni. L’età avanzata non permise più alla signora di continuare a curare la chiesetta e così consegnò la chiave alla signorina Francesca Motolese per mantenere viva questa tradizione.

*Interno della chiesetta*

Grazie a Francesca Motolese e all’aiuto di tanti fedeli, nel 1965 venne ricostruito l’altare, eseguiti piccoli lavori di restauro murali e rimesso a nuovo il quadro della Madonna dal pittore grottagliese Arcangelo Spagnulo, detto “Milota”. Purtroppo due quadri antichi raffiguranti San Francesco d’Assisi e la Vergine vennero trafugati e mai più ritrovati. La signorina Motolese, molti anni prima di morire, affidò la cura della chiesetta al signor Biagio Baldassarre, persona fidata in quanto già sacrestano del Santuario di San Francesco de Geronimo. Alla sua morte avvenuta nel 1980 la moglie Lucia prende in consegna questa antica pratica devozionale e con tanto amore e abnegazione cerca di rendere sempre più accogliente questo piccolo tempio, grazie anche alla generosità di altri devoti. Abbellisce la chiesetta, fa eseguire i lavori di mantenimento, coinvolge diversi sacerdoti per le prediche novenarie annuali di aprile, si rende disponibile per qualsiasi iniziativa atta a mantenere viva la devozione alla Madonna del Buon Consiglio. Nonostante l’età avanzata la signora Lucia, coadiuvata dai figli, testimonia ancora oggi la sua grande devozione alla Vergine, curando con attenzione questo piccolo “ex santuario mariano” dove tanti grottagliesi hanno pregato e continuano a pregare nel segno della tradizione.

*Foto esterno/interno chiesetta rupestre*

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Eremo Santa Maria in Campitelli – Grottaglie

La storia dell’eremo

Il complesso rupestre della Chiesa Santa Maria in Campitelli si trova attualmente incluso in un isolato nel centro abitato di Grottaglie, con accesso dalla via Cagliari. Originariamente era sistemata in una piccola valle confluente nella lama del Fullonese. Negli scorsi decenni parte della lama è stata colmata ed è sorto l’attuale quartiere; è stato risparmiato solo il tratto terminale ove si trova il complesso religioso. Un tempo per accedervi era necessario scendere tramite una scalinata . A fianco della cripta, che sorge sul fondo, venne costruita una cappella dedicata alla “Natività di Maria”. In origine la cappella non fu costruita in aperto cielo e alquan­to ampia, come si vede oggi, ma venne scavata in una bassa roccia tufacea nel luogo dove aveva principio la valle e propriamente al cen­tro dei diversi canali che convogliavano l’acqua piovana proveniente dalle colline soprastanti. Aveva due vani: la cappella vera e propria con l’altare rozzo e basso ricacciato dalla roccia sul quale era dipinta, con colori stemperati probabilmente con calce, l’immagine della Ma­donna, bambina, con la madre S. Anna, e a destra, il cubicolo del­l’eremita. La tradi­zione, ripetuta da vecchi e dotti sacerdoti, vuole che esso sia stato formato da uno dei tanti religiosi proveniente dalla Calabria duran­te l’invasione dei Saraceni nell’Italia meridionale e propriamente verso l’anno 840. La stessa tradizione ricorda anche che nel territo­rio di Grottaglie, oltre l’eremitaggio in parola, nella stessa epoca ne furono scavati altri tra i quali uno nel bosco della pineta, sotto l’ovi­le detto « Frantella » e un altro in un apiario a quattro chilometri da Grottaglie a sinistra della strada che mena a S. Marzano e a destra della masseria «Lo Noce». La prima descrizione della cripta e della cappella fu fatta dall’Arcivescovo Lelio Brancaccio durante la visita pastorale dell’8 agosto 1578, che emanò un decreto di proibizione della celebrazione della S. Messa, avendo constatato che aveva un altare non consacrato. Non è dato sapere se il decreto dell’Arcivescovo nel corso dei se­coli sia stato osservato; è certo, però, che i Grottagliesi conservarono inalterata la devozione alla Vergine e alla madre sua, Sant’Anna, visitando spesso, nei giorni festivi, la cappella, celebrando solenne­mente la festa il giorno 8 settembre di ogni anno e sovvenzionando l’eremita per la manutenzione della chiesetta e per i bisogni della sua vita temporale. Anzi la devozione aumentò ancora, se si tiene presente che il po­polo, dopo il decreto arcivescovile dette volentieri il suo obolo, per­chè i Padri Carmelitani dedicassero nella loro chiesa un altare alla Natività della Vergine Maria. In questo decreto troviamo anche il primitivo nome “Cappitella della località. L’ultima descrizione risale al Fonseca, che la chiama “S. M. in Capitelia” in Civiltà rupestre in terra Jónica, Milano 1970. Così vi si legge: «Salendo la lama del Fullonese ci si imbatte in una chiesa rupestre di piccole dimensioni, di forma trapezoidale: mt. 1 sul lato d’ingresso, mt. 2,70 sul lato maggiore, mt. 4 di profondità. Successivamente venne costruita la chiesa della Natività». Volendo essere storici, per timore di non sbagliare, ci atteniamo a quanto viene descritto dallo storico Ciro  Cafforio in “Lama del Fullonese, sobborgo medioevale di Grottaglie”, Taranto 1961. «Si sale ancora la valle e dopo una svolta, compare, addossato alla roccia e sormontato da un campanile a vela, un edificio di modeste proporzioni. E’ la Cappella dedicata alla Natività di Maria Santissima che dal popolo, fin dai tempi antichi, è chiamata “La Madonna di Cappitella”. Perchè questo nome? Nell’uso dei secoli passati, il nome “cappa” oppure “casella, capannella”, come dice il Tommaseo, da cui diminutivo dialettale di “Cappitedde” che vuol dire piccola casa, capannella. A sinistra della cripta o cappitella e al di sopra di essa , in un crepaccio della roccia, l’eremita fece il giardinetto con viti e alberi di agrumi, quale simbolo del paradiso e in esso mise anche le arnie dove le api producevano il miele necessario al suo sostentamento. Il suddetto giardinetto fu la causa occasionale delle modifiche che si portarono all’eremitaggio. La prima notizia viene fornita da un atto di compravendita stipulato dal notaio Vincenzo Armento di Napoli il 1 ° Dicembre 1659, nel quale è detto che il giardino di citrangole (arance amare) ed altri alberi dove si dice a Cappitella, faceva parte dei beni del barone Francesco Velluti e del chierico Vincenzo, che vendette a Giovanni Battista Cicinelli, principe di Cursi. Tutto questo è notificato nell’archivio Comunale. In seguito dopo un secolo passò al dottor Francesco Maggiulli, che apportò alcune modifiche. Infatti chiesto il permesso nel 1793 al Rev. Capitolo fa tagliare la grotta con l’obbligo di costruire all’aperto la nuova sagrestia a proprie spese. Gli avvenimenti politici del 1799 a causa della rivoluzione francese furono motivo perchè il popolo, in ringraziamento di essere stati esenti da incidenti sanguinosi, con pubblica sottoscrizione fece costruire sulla sinistra dell’antica cripta e all’aperto una cappella sormontata dal campanile a vela. L’altare e il piccolo presbiterio furono fatti a spese della famiglia Antoglietta collocandovi al centro dell’arco trionfale lo stemma del proprio casato. Sul nuovo altare, la famiglia Monticelli fece dipingere la natività di Maria Santissima copia dell’assecco antico esistente sul vecchio altare, che oggi è coperto. Dalla visita dell’Arcivescovo Lelio Brancaccio, avvenuta 8 Agosto 1578 viene notificata la grande tela sopra l’altare. Così è descritta: la tela di ignoto pittore, è bella per la vivacità dei colori, per il realismo con cui sono rappresentate le persone ed anche per la commossa affettuosità con la quale è pervaso l’ambiente. In primo piano a destra, S. Anna, seduta sulle ginocchia la paffutella Maria dagli occhi vivaci e a sinistra la zia, sorella di Sant’Anna, di nome anch’essa Maria la quale offre affettuosamente alla neonata il tradizionale pomo, simbolo augurale del vero bene e della vera felicità. In secondo piano e in piedi sono dipinti S. Gioacchino, padre della S.Vergine e Cleofa, marito della zia Maria. Le modifiche alla cappella non si limitarono alle forme architettoniche; una novità si verificò nella onomastica. Non più Madonna di Cappitella, ma Madonna di Campitelli. Nella seconda metà del seicènto un tale Nard’Antonio Campitello chiese un prestito di venti ducati al Capitolo, l’ottenne con l’interesse del dieci per cento, e obbligandosi con la garanzia di alcuni pezzi di vigne, un palazzo della moglie e 50 tomoli di terre macchiose. Questi tomoli si estendevano ad est delle zone di S. Elia e di Cappitella dove ora sorgono la villa Peluso e l’Istituto delle suore del Sacro Costato. Il Campitello non potè restituire il capitale anzi dovette vendere al Capitolo le terre macchiose. Da allora la zona e la contrada fu chiamata Campitello. Quasi dirimpetto alla cappella, nello spalto sinistro della lama, si apre, una grotta artificiale alla quale è legato un fatto di cronaca che dimostra la severità delle leggi ecclesiastiche nei tempi passati. «Lu rimitu» moderno non era un religioso e neanche un ere­mita per vocazione. Di solito era un uomo invalido che, più che un mi­stico amore della solitudine, lo induceva ad assumere l’ufficio il bisogno di sbarcare il lunario con le elemosine dei fedeli e con la raccolta dei generi alimentari al tempo della trebbiatura dei cereali e della mo­litura delle olive. Alla fine del Settecento era «rimitu» o custode della cappella della Natività della Madonna un certo Giovanni D’Amicis, alias «Farina», il quale adempiva scrupolosamente e devotamente all’incarico rice­vuto. Ma un giorno venne accusato di aver commesso, nei pressi della cappella, un atto criminoso. Le proteste della famiglia della vittima fecero decidere l’Arcivescovo di farlo allonta­nare dal servizio della chiesa, onde eliminare lo scandalo. Il povero scaccino protestò, pianse e giurò la sua innocenza, chiamando a te­stimone la Vergine. Ma a nulla valsero i suoi lamenti e le sue querele; la punizione fu mantenuta. Allora il povero eremita non sentì l’animo di allontanarsi dalla sua Madonna e, sempre fidando nel trionfo della verità, scavò, dirim­petto alla cappella, una grotta e lì si dette a penitenza ed a digiuni. I fedeli che si recavano in visita alla chiesetta, gli fornivano un po’ di cibo. E in quella grotta rimase in preghiere e macerazioni, finché la morte non lo visitò. Il popolo lo compianse e tra le diverse dicerie e i vari commenti, cominciò a correre la voce dell’innocenza di Gio­vanni «farina». Con tutto ciò lo sventurato ex sagrestano, morto da «impeni­tente» (perchè non aveva confermato il peccato addebitategli), come era l’antico uso, fu sepolto in aperta campagna, in luogo, cioè, non sacro il 21 ottobre 1827. Nel 1834, Angelo Peluso, proprietario di un appezzamento di terreno, una volta di Antonio Campitello, vicino alla cappella verso oriente, la volle ancora ingran­dire verso sud, aprendo la porta dalla parte di ponente. Risultarono così due navate ad angolo retto in mezzo al quale restò la cripta ere­mitica che si può visitare ancora oggi. Nel verbale di Santa Visita, dettato nel 1837 dall’arcivescovo Mon­signor Raffaele Blundo (1835-55), si legge che la cappella di Cappitella «era in cura di Angelo Peluso per averla restaurata». Ma ingrandita la chiesa, aumentarono le esigenze per la manu­tenzione e allora ci fu un periodo di trascuratezza, tanto che l’ar­civescovo Giuseppe Rotondo (1855-85) nella Santa Visita fatta nel 1857 ordinò al Rev. Capitolo di curare la manutenzione della chiesa. Il Capitolo e il Clero, con deliberazione del 4 maggio dello stesso anno, durante l’esame dei decreti della suddetta Visita Pastorale, dichia­rarono di non essere obbligati a ciò, «perchè le questue che fanno gli Eremiti delle cappelle onde mantenerle e provvedere a quel che ne­cessita per le ecclestiastiche funzioni, son fatte col permesso del Sin­daco senza che il Capitolo ne avesse la menoma ingerenza; secon­dariamente perchè, laddove sono occorsi restauri, si sono sempre ese­guiti colle limosine raccolte dalla pietà dei fedeli; terzo perchè gli Arcivescovi pro tempore han sempre ciò riconosciuto nè gravarono giammai il Capitolo degli esiti necessari per il mantenimento delle cappelle rurali». Il Can. D. Giuseppe Peluso, Cantore della Insigne Collegiata e per la devozione verso la Vergine e per il ricordo dell’amorevole cura avuta da suo padre per detta cappella e ancora per la vicinanza al suo fon­do, che gli permetteva comodamente di celebrare la messa quotidiana durante il periodo della villeggiatura, assunse l’onere della cura e nell’interno vi fece murare una lapide. Il ‘900 è il periodo dell’abbandono e dell’incuria dell’eremo dovuto all’espansione urbanistica che ha soffocato quella parte finale di gravina. Nel 2009 dopo un decennio di lavori e restauri, quell’oasi di pace e tranquillità grottagliese viene restituito alla città e consegnato in custodia al Gruppo Grotte Grottaglie per la tutela e salvaguardia ambientale e culturale.

La chiesetta durante il periodo dell’abbandono e dell’incuria

L’Eremo dopo il restauro del 2000

Altre foto dell’Eremo: vedi Galleria “Eremo Santa Maria in Campitelli”

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SANTUARIO Maria SS. della Mutata in Grottaglie

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5 Risposte

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