Antichi Mestieri Grottagliesi : “La méscia ti tuláru!” (La maestra di telaio!)

La sezione “Antichi Mestieri”, ormai già nota ai tanti visitatori di questo blog, contiene solo l’elenco nominativo dei tanti mestieri e lavori manuali che venivano svolti anticamente nella nostra città. Dopo la pubblicazione del volume “Arte del fare, nel ricordo degli antichi mestieri”, G. Mastro e C. Luccarelli, credo di far cosa gradita ai lettori riportare su “grottagliesitablog” questo interessante lavoro, affinchè si possa conoscere la vera storia sui mestieri, che è stata espressione della capacità di sviluppo, di creatività e dell’ingegno di tante generazioni. Vi presento “La méscia ti tuláru!“  (La maestra di telaio!)

TulàruVecchio Telaio in legno con particolari

La méscia ti tuláru! La maestra di telaio!

 Le origini della tessitura si perdono nella notte dei tempi. Si può supporre però che l’uomo sin dal principio avesse utilizzato nella tessitura la tecnica dell’intreccio, adattata poi nella fabbricazione dei cesti. La nascita e l’evoluzione del telaio fecero il resto. Nel corso dei secoli la nostra città, popolata di contadini e di pastori, era ricca di materia prima: la pregevole lana di pecora e le tante tessitrici che avevano adattato la loro casa a bottega. Il fulcro principale di questo mestiere era il telaio in legno, utensile indispensabile all’economia rurale, dove tutto il nucleo familiare concorreva alla produzione del magro reddito, che praticamente coincideva con il consumo. Tutti i tessuti di lana o di cotone che servivano per la vita quotidiana venivano realizzati al telaio, dove la creatività della donna rendeva nobile questa attività per la raffinatezza e qualità delle composizioni. Dal telaio “tuláru” venivano fuori “tóccri” (rotoli) di tessuti di varie lunghezze e larghezze per realizzare: “cauzunétti” (mutande di tela ruvida per uomini), “fazz’littúni” (scialli di grandi dimensioni), “gghiasciúni” (lenzuola), “matarazzi” (materassi), “pezzi” (stoffe per strofinacci), “sacchettóddri”  (sacchetti per bambini), “sarviétti” (tovaglioli), “sprájini” (panni di tela per avvolgere i neonati), “tuágghji” (tovaglie), tuagghjúli” (fazzoletti), “visazzi”  (bisacce), e altro ancora. Un mestiere svolto in casa dove tutti gli attrezzi di lavoro si univano ai pochi mobili della stanza che a volte erano quelli occorrenti al monolocale cucina-pranzo-letto. Un ciclo di lavoro lungo che iniziava con la preparazione dell’ordito, fatto con filato di cotone misto a canapa, più raramente di lino; dopo averlo inserito nel telaio, si predisponeva il tutto e s’iniziava a tessere. Tutto il corpo della “méscia” (tessitrice) era impegnato nel lavoro. Il busto si piegava in avanti, i piedi pigiavano i pedali che decidevano gl’intrecci, il braccio destro spingeva il pettine avanti e indietro, mentre il sinistro correva da una parte all’altra per infilare la “tiscétt’la” (navetta) tra i fili. E così man mano che la tela cresceva, si arrotolava intorno ad un rullo anteriore sottostante al telaio, srotolando contemporaneamente il cotone dal cilindro posteriore. Mentre la “méscia” tesseva, le ragazze preparavano “li cannulícchji” (cannelli di canna corti) dove veniva arrotolato il cotone per la navetta. Per questa preparazione si utilizzavano diversi attrezzi: la macénn’la” (arcolaio, arnese fatto di bacchette di legno intorno a cui si collocava la matassa, che girando sullo stile dove era imperniata, la dipanava), “la cóppa” (coppa, pezzo di legno rettangolare incavato in cui si faceva girare l’incannatoio), “lu ‘ntrign’latúru” (incannatoio, arnese di ferro che girando su se stesso avvolgeva il filo sul cannello corto, procurando del vento freddo come un ventilatore). Anticamente era una consuetudine mandare le ragazze “a lla méscia” (maestra) per imparare l’arte della tessitrice, della sarta o della ricamatrice. In questi laboratori, oltre ad apprendere l’arte del fare, si insegnava anche l’arte del vivere attraverso racconti, esperienze, fatti avvenuti, notizie del momento, recita di preghiere e rosari, coinvolgendo tutti i presenti nella massima silenziosità ed attenzione.

 Coppa e incannatoioCuriosità: Il termine “ntrign’latúru” usato per individuare il mitico incannatoio è una voce composta dove “ntrignulà, ári”  (intirizzire, battere i denti per il freddo) con “tóriu” (girare attorno) identificando l’attrezzo fatto di ferro leggermente conico con un volano in cima che girando dentro la coppa di legno provoca del vento freddo come le pale del ventilatore.

Attrezzi e Manufatti

tessitrici 1

tessitrici 2

                                                                   Cosimo Luccarelli

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Antichi Mestieri Grottagliesi: “Venditore di ghiaccio”

Nella sezione Antichi Mestieri di “grottagliesita”, già nota ai tanti visitatori di questo blog, si trova l’elenco dei tanti mestieri e lavori manuali che venivano svolti anticamente nella nostra città. Nel volume “Arte del fare, nel ricordo degli antichi mestieri”, credo di far cosa gradita ai lettori riportare questo interessante lavoro, affinchè si possa conoscere la vera storia sui mestieri, che è stata espressione della capacità di sviluppo, di creatività e dell’ingegno di tante generazioni. Siamo in estate e il caldo opprimente ci invita a rinfrescarci utilizzando acqua, bibite varie e prodotti facilmente deperibili ben conservati nei freezer e frigoriferi vari che sono presenti nei bar, ristoranti ed abitazioni dagli anni ’60 in poi. E prima? Leggiamo questo post e così lo scopriremo.

ghiaccio

… e lli mani criatrávunu pi lu jácciu!

e le mani gelavano per il ghiaccio!

La conservazione e il consumo di cibi congelati in tutti i paesi del sud era in passato qualcosa di inesistente. In passato nella nostra città e soltanto in estate, nelle osterie e nei vari negozi di generi alimentari, si tentava di rinfrescare acqua, bibite varie e prodotti facilmente deperibili sistemandoli dentro un cassone di legno chiuso, rivestito all’interno di fogli zincati, dove su dei listelli di legno venivano poggiati delle stecche di ghiaccio tagliate a metà, portati dall’eventuale produttore locale. Le famiglie potevano solo rinfrescare acqua, vino e alimenti vari, acquistando il ghiaccio in piccoli pezzi da qualche rivenditore, che solo in estate cercava di recuperare qualche lira vendendo ghiaccio. La fabbrica del “freddo” era generalmente presente dove si produceva birra, e Grottaglie fortunatamente ne aveva una all’ingresso del paese, prima del cinema Vittoria sulla strada per Taranto. Le stecche di ghiaccio venivano trasportate e distribuite per il paese da un furgone “primi ‘900” a tre ruote, che lasciava per le strade e nelle varie aree di sosta dei rigagnoli d’acqua. Chi vendeva ghiaccio alle famiglie disponeva generalmente di un seminterrato molto fresco e le stecche di ghiaccio venivano sistemate dentro le casse di legno, utilizzate per la vendemmia, dove era stata posta della paglia secca. Coloro che si recavano “a ccattà lu jácciu” (a comprare il ghiaccio), per non congelarsi le mani, portavano “nna mappina fatta a ccása” (un canovaccio tessuto in casa) e a chi vendeva il ghiaccio si usava dire “támmi cincu liri o téci liri ti jácciu” (dammi cinque lire o dieci lire di ghiaccio). Lui prontamente con una piccola mannaia tagliava il pezzo di ghiaccio in funzione dell’importo chiesto e prendendolo con della paglia lo poneva nel canovaccio. “Scé ccattà lu jácciu” (andare a comprare il ghiaccio) era un compito affidato ai ragazzi, ma in special modo alle ragazze, che aspettavano con ansia questo momento per incontrarsi “cu llu zitu” (con il fidanzato) durante il percorso, che non era di certo quello più corto. In casa il pezzo di ghiaccio acquistato veniva ulteriormente tagliato, lavato e messo nelle varie brocche di creta; la domenica se ne acquistava di più, perché un pezzo serviva a refrigerare l’anguria rossa messa “intr’a nnu limmu” (dentro un catino di creta). Un paragone con lo sfrenato uso del “freddo” di oggi, potrebbe farci capire con quanto amore le vecchie generazioni svolgevano la loro quotidianità, tutta incentrata nel valorizzare al massimo le piccole azioni, i semplici pensieri e le solite abitudini che non davano mai sensazioni di obsolescenza.

                                                                                            Cosimo Luccarelli

 

*Video del giorno* Nchianannu nchianannu sobbr’ a lli jéfri tli Vurtàgghji pi campani e campanili!

PASSEGGIANDOIl 27 novembre 2016 un gruppo di amici avviarono un grande progetto culturale dal titolo “Passeggiando tra la storia di Grottaglie” per mettere in luce il grande tesoro storico della nostra città. Dal 2016 al 2017 furono girate 8 puntate, oggi disponibili sul canale youtube di oraquadra.com, testata giornalista online, dai titoli che si leggono nelle foto. Oggi vi propongo la visione della 5° puntata per sollecitare l’attenzione di tutti a valorizzare e riscoprire le nostre radici per riprogettare un futuro diverso da quello attuale, poco condiviso dai cittadini e residenti del centro storico.

https://youtu.be/Wd-Hal_26B0

Ricordo di sacerdoti della mia adolescenza!

FOTO 1958

Chi cerca trova e così finalmente ho trovato una foto di 60 anni fa scattata in zona Montepizzuto, davanti alla casa di campagna di don Arcangelo Manigrasso, sacerdote che tanti della mia generazione ricordano con affetto. Durante l’estate alcuni di noi insieme a don Cosimo e don Dario facevamo visita all’anziano sacerdote che trascorreva l’estate nella sua modesta casetta di campagna immersa nei profumi della macchia mediterranea di Montepizzuto (oggi zona 167). L’arrivo nel 1958 di don Dario Palmisano come parroco al Carmine aveva creato il processo della grande rivoluzione parrocchiale mettendo insieme idee, forze, volontà, disponibilità, entusiasmo, per creare un centro formativo ed educativo cristiano e sociale. Oltre a don Dario e don Cosimo, grandi formatori ed educatori, venivano invitati altri sacerdoti per parlare ai bambini, ai ragazzi, ai giovani, agli adulti. Sacerdoti tessitori di comunione, di legami veri e forti tra le persone. Sacerdoti innamorati di Dio, sempre sorridenti e sorpresi della grandezza e della bellezza di essere preti e testimoniare agli altri di essere uomini di fede. La mia adolescenza si è formata alla scuola di questi sacerdoti capaci di un servizio ecclesiale carico di tenerezza e misericordia che cercavano di dare risposte concrete alle nostre domande del cuore. Non sono stati soltanto buoni sacerdoti ma anche esseri umani dal cuore d’oro. Ringrazio il buon Dio per averli incontrati perché sono stati anche ottime guide spirituali. Cosimo Luccarelli

 

Nel 356° anniversario della morte della venerabile sr. Rosana Battista, monaca clarissa grottagliese!

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suor Rosana Battista – Particolare pannello ceramico in Via delle Torri – Grottaglie

Il 25 luglio 1663 nel Monastero delle Clarisse di Grottaglie si spegneva una monaca con un forte carisma spirituale che il popolo grottagliese proclamò subito santa. Era nata a Grottaglie il 2 giugno 1610 da Francesco Battista ed Elisabetta Bonifacio e fu battezzata con il nome di Rosa. Non era sorella, ma cugina, del noto poeta marinista Giuseppe Battista, uno dei migliori lirici del Seicento napoletano. A sedici anni entrò nel Monastero di Santa Chiara e l’anno dopo, il 3 dicembre 1628, divenne professa e prese il nome di suor Rosana. Fu pure Badessa dello stesso monastero osservando la severa regola di Santa Chiara e si distinse per l’esercizio delle virtù, dell’umiltà, dell’obbedienza e della mortificazione. Ebbe il dono dei miracoli, delle profezie e dell’estasi e la sua vita religiosa fu piena di avvenimenti straordinari. Ma il nome di Rosana Battista è legato soprattutto agli avvenimenti della Grottaglie del 1647. Quell’anno tutto il regno delle due Sicilie era in tumulto per la malaccorta politica fiscale del governo e ovunque si registravano fatti di sangue e moti antifeudali. La rivolta scoppiò violenta anche a Taranto e Martina, ma ebbe momenti critici soprattutto a Grottaglie, le cui disastrose condizioni economiche preoccupavano i vescovi di Taranto. E così, all’alba del 25 luglio del 1647, il popolo di Grottaglie insorse alla testa di Antonio Basile, conciatore di pelli. Anche se la ribellione covava da tempo, il tumulto scoppiò in piazza per una rissa nata fra alcuni popolani e uno staffiere di monsignor Caracciolo, Diego Caraglia, che capeggiava un gruppo di nobili. Il Caraglia esplose due archibugiate e questo fu il segnale della rivolta. Ne seguì un vero e proprio massacro: il Caraglia venne ucciso subito, gli altri nobili ripararono nella Chiesa Madre. Alcuni vennero massacrati, altri trascinati in piazza dai rivoltosi per essere uccisi. Una vera carneficina. Furono momenti di disordine e di paura per tutti i grottagliesi. Nel Monastero delle clarisse, che come tutti sappiamo sorge nei pressi della piazza, arrivarono gli urli e le grida dei rivoltosi, nonché gli spari del Caraglia. Intanto tutte le monache si erano riunite nel coro della chiesa e pregavano ininterrottamente affinchè ritornasse la pace. Ma il tempo passava e la situazione non cambiava, anzi peggiorava. Con il permesso delle altre consorelle, suor Rosana decise di intervenire per riportare la pace e l’ordine. Avvenne così un miracolo. Riporto le parole scritte dal Pignatelli “che a ragione temeane danno e ruina alla sua patria, strappa con la forza una delle gelosie del chiostro, e con un Crocifisso in mano mostrandosi d’improvviso al concitato popolo, gli persuade la ragione della concordia, pone a modo i cervelli scombussolati dall’anarchia, esorta tutti alla pace e alla calma, e tutti, come per incanto, rientrano immantinente all’ordine“. Solo una santa poteva ottenere quel risultato e suor Rosana l’ottenne. Oggi vogliamo ricordare questa nostra concittadina, purtroppo sconosciuta a tanti, mostrando l’unica immagine conservata nel Monastero con i resti del suo santo corpo, ringranziando tutta la comunità clariana grottagliese, che mantiene sempre vivo il suo ricordo.

suor rosana 2

Ritratto e reliquiario delle ossa della ven. sr. Rosana Battista conservati nel Monastero delle Clarisse di Grottaglie.

                                                                                                  Cosimo Luccarelli

 

 

 

 

Ringraziamento alla Comunità Parrocchiale e Confraternitale Carmelitana!

 

abito mcA conclusione dei solenni festeggiamenti della Madonna del Carmine “2019” che tra le tante iniziative svolte ha visto riportare allo splendore: i dipinti di Vincenzo Marseglia, artista grottagliese morto prematuramente nel 1918 all’età di 25 anni; al recupero dell’abito della Vergine del ‘700, donato dalla principessa Anna Carafa grande benefattrice della Confraternita, e alla commemorazione di don Cosimo Occhibianco, sacerdote-insegnante-scrittore-poeta-musicista-dialettologo; sento il dovere di ringraziare pubblicamente don Ciro Santopietro e i suoi collaboratori sacerdoti, tutta la comunità parrocchiale del Carmine, Consorelle, Confratelli, Membri del Consiglio della Confraternita del Carmine guidata dal Priore Antonio Santese, pubblicando questo componimento in vernacolo che a suo tempo dedicai alla Vergine del Carmelo, inserito nella Raccolta “Pinziéri, rricuérdi e vόci …!”

abito mc2L’abbitínu

Carmélu, Cármunu, Carmulitáni, capítulu ti féti t’li cristiani, ti la Vérgine ca rricála l’abbitínu, cómu vésti ca prutéggi lu cammínu;

scapulári ti pézza rricamátu, cu la ficúra t’la Matónna bbinitétta, ttaccáta a nna bbianca capiscióla, pi llu purtà ncuéddu sémpri a ogni ora;

priviléggiu, purezza e santità, pi cunsacráti, cunfratélli e cunzurélle, ca pórtunu st’ábbutu t’la Matónna ti lu Mónti, pi lla sárvezza tl’ánima a llu puntu ti la mórti;

ta piccínnu lu purtávu puru íu, nu bbéddu abbitínu ca nánnima mi facíu, llazzátu a lla bbritélla t’la maglietta, stríttu stríttu cu tó núti e na nócchetta!

                                                           Cosimo Luccarelli

 

Una ricetta antica da non perdere: “Li fái spuzzitáti ti San Francíscu”ovvero “Le fave essiccate col guscio senza nasello di San Francesco”!

Una ricetta antica che va pian piano scomparendo: “Li fái spuzzitáti ti San Francíscu” ovvero “Le fave essiccate col guscio senza nasello di San Francesco”. Questo piatto povero e gustoso si prepara generalmente nei mesi di Giugno – Luglio ossia dopo l’essiccazione delle fave e prima di togliere completamente la buccia esterna delle stesse per conservarle secche per l’inverno. Questi legumi, ricchi di proteine, fibra, vitamine e sali minerali, nella nostra cucina tradizionale vengono cucinati quando sono verdi, con la buccia dopo l’essiccazione e completamente sbucciate secche come purè; i sapori cambiano notevolmente e rendono queste tre pietanze stagionali gustosissime ed affascinanti allo stesso modo. Prima di passare alla ricetta è bene conoscere perché sono chiamate “Li fái ti San Francíscu”. Premessa: a Grottaglie il nome “Francéscu” (Francesco) è riferito a San Francesco de Geronimo e San Francesco d’Assisi mentre il nome “Francíscu” (sempre Francesco) è riferito a San Francesco di Paola, il fondatore dei Padri Minimi, una Comunità presente nella nostra città da oltre sei secoli. La caratteristica di queste fave è data dal colore esterno della buccia (violaceo molto scuro), simile al colore dell’abito monacale dell’epoca di questi monaci. Si possono anche unire a quelle bianche della stessa qualità, sapore e gusto e in entrambi i casi si possono consumare sia con la buccia “spuzzitátiche pulite del tutto (mmuzzicáti).

Fai spuzzitati

Dall’ “Antico Cucinario Grottagliese”

Ingredienti (per 4 persone): 1 Kg. di fave tipiche (bianche e violacee), 2 coste di sedano con foglie, 1 cipolla, 2 pomodori maturi, 1-2 spicchi d’aglio con camicia

Preparazione: La sera prima della cottura togliere il nasello del guscio a tutte le fave secche e metterle in ammollo in acqua fredda. La mattina dopo prendere un tegame di creta (tiéstu) abbastanza capiente e mettere dentro le fave aggiungendo acqua fredda fino a coprile tutte. A fuoco lento e con coperchio farle bollire e man mano togliere con un cucchiaio di legno la schiuma che si forma in superficie. Aggiungere il sedano, la cipolla, i pomodori e l’aglio e continuare la bollitura per circa 1 ora verificandone la cottura finale. Nel frattempo preparare delle fette di pane casereccio abbrustolito. A cottura avvenuta, prima di versare le fave con il brodetto in una scodella di creta (coppa o coppitédda), togliere gli spicchi d’aglio; condirle con olio crudo extra vergine d’oliva e aggiungere le fette di pane abbrustolito. A questo punto mangiatele con calma e tranquillità, possibilmente con le mani, succhiandone totalmente l’interno, abbandonando la buccia di volta in volta in altro piatto e intervallando con pane tostato inzuppato nel brodetto. Gusterete una pietanza semplice ma ricca di sapore autentico che vi riporterà indietro nel tempo.   Cosimo Luccarelli

 

 

 

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