Nel 1°anniversario della scomparsa di don Cosimo Occhibianco, il personale ricordo del Sacerdote, Insegnante, Scrittore, Poeta, Storico, Musicista e Dialettologo!

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Cosimo LUCCARELLI

Strane coincidenze del 17 dicembre…!

Coincidenze 17 dicLe Strane coincidenze del 17 dicembre: Mercoledì 17.12.1642 nasce a Grottaglie (TA) Francesco de Geronimo, un gesuita che diventa santo – Giovedì 17.12.1936 nasce a Buenos Aires (Argentina) da genitori italiani Jorge Mario Bergoglio, un gesuita che diventa papa col nome di Francesco.

1 Biografia S

2 Biografia S

3 Biografia S1 Biografia Papa Francesco2 Biografia Papa Francesco

Cosimo Luccarelli 

Alla scoperta dei “famosi detti” dei nostri nonni: «…. è fallita la bbanca Martuccia…! (Banca Fratelli Martucci)»

MAGGIULLI REV

Ancora oggi si sente dire dagli anziani, specialmente negli uffici postali, banca, circoli, etc. dove ad inizio mese si assiste puntualmente all’assembramento di tanti “over settanta/ottanta” che parlano di pensione: «…..cumpà! e puru lu mese ca è passatu li sordi so spicciàti! E’ fallita la bbanca Martuccia!Traduzione: …. compare! anche il mese scorso i soldi sono finiti! E’ fallita la banca Martuccia!». Lo avete mai sentito? Ma cosa vuol dire? Nel linguaggio comune quotidiano quando una persona è senza soldi perché in casa c’è stato un evento straordinario e tutti i risparmi sono andati via, si ripete quel famoso detto che fa riferimento ad un evento grave che accadde a Grottaglie negli anni ’20 : il fallimento della Banca Fratelli Martucci con sede in Via Maggiulli. Una banca sponsorizzata dal clero locale con l’intento di far guadagnare qualche lira in più ai contadini che decidevano di portare i propri risparmi presso quell’istituto di credito. Per incentivare le famiglie a mettere da parte giornalmente qualche soldo la banca consegnava una piccola cassetta di ferro, un vero salvadanaio, e quando era piena la si portava in banca. I funzionari così la aprivano con le chiavi in loro possesso, contavano i soldi alla presenza della persona e accreditavano la somma. Funzionava abbastanza bene questa banca ma dopo circa due anni, misteriosamente fallì da un giorno all’altro. I motivi non si conoscono. Sarebbe interessante conoscerli. Destò tanto scalpore tra la gente e molti si disperarono per non aver trovato più in banca i sudati risparmi di anni. Una tragedia! Per le strade, nei negozi e nelle case la gente ironicamente cantava e/o recitava questo ritornello «E’ fallita la bbanca Martuccia, pi ll’amori ti ton Mincucciu; e lli pòvri villani vono retu a Ccicciu Trani; ton Vitucciu e Mmucitia, caminannu notti e ddia, simminannu évra ti viéntu pi bbuscà lu tò pi cciéntu. Cce sbintura e cce priatòriu totta nculu a Don Vittorio; mò la rét’na ti Sckumazza non nci passa cchiù tla chjazza, e ppi nchjanà sobb’li Vurtagghji vè ti fòri a lli muragghji! Traduzione: E’ fallita la banca Martucci per colpa di don Mincuccio; ed i poveri contadini vanno dietro a don Ciccio Trani; don Vituccio e Francesco Galeandro camminano notte e giorno, vanno seminando l’erba del vento per guadagnare il due per cento. Che sventura, che purgatorio tutto sulle spalle di don Vittorio; ora il carro di Sckumazza, non attraversa più la piazza, e per salire su a Grottaglie nuovo, va a girare fuori dalle mura! » Questa è la storia di una piccola banca locale simile a tante banche italiane dissolte nel tempo portando via sempre i risparmi della povera gente.     Cosimo Luccarelli

Una ricetta antica, gustosa e gradevole ma ………fortemente arieggiante: “Li lampasciúni rracanati “( I lampascioni gratinati)

Ormai i lampascioni sono conosciutissimi, anche se nei mercati molta gente li chiama anche lamponi che sono invece dei frutti aromatici. Il termine “lampascione” , anche se meridionale, è corretto; in latino si chiama Muscari Comosum ed è un bulbo appartenente alla grande famiglia dei Muscari. Si trova prevalentemente nel nostro sud e quello buono e verace si scava a mano avendo dei buoni occhi, delle gambe resistenti e una schiena eccezionale. Esistono vari modi per gustare questi simpatici bulbi : lessati e conditi con olio, sale e pepe – cotti sotto la cenere – cotti al forno insieme a patate e carne d’agnello – fritti in olio d’oliva e ovviamente gratinati. Crudi hanno un sapore amarognolo e per renderli dolci e gustosi occorre una buona preparazione. Gli estimatori di questi bulbi provano sensazioni piacevoli quando li mangiano, ma li ricordano con imbarazzo e difficoltà il giorno dopo per ciò che provocano nell’intestino. Ebbene si! questi dolci e gustosi lampascioni nelle nostre viscere addominali fanno festa e si “danno delle arie” con prepotenza e potenza. Sono delle arie musicali molto diverse da quelle di Bach, Bheetoven, Tchaikovsky, Strauss, etc. ma sempre arie sono………….! Purtroppo tanta gente non gradisce questa tipologia di “arie”, mentre tantissimi si divertono alla grande, apprezzandone la diversità e qualità sonora.

 

Dall’Antico Cucinario Grottagliese

 lampascioni

 

Ingredienti (per 4 persone)

1 Kg di lampascioni (possibilmente quelli scavati a mano)

50 gr. di pane grattugiato

2-3  spicchi d’aglio

Una spruzzata di formaggio pecorino

Un ciuffetto di prezzemolo

Un pizzico di pepe

Olio extra vergine di oliva q.b.

 

Preparazione

Togliere la pellicola esterna che era a contatto con la terra; incidere alla base il bulbo già pulito a forma di croce; lavare accuratamente i bulbi diverse volte lasciandoli in acqua fredda per circa due ore e cambiando spesso acqua. Nel frattempo mettere a riscaldare dell’acqua con 1 cucchiaio di sale in un tegame di creta aggiungendo i lampascioni prima della bollitura. Lessare i bulbi a fuoco moderato e scolarli alla fine della cottura. Prendere un tegame basso di creta da forno e sistemare i lampascioni; condire con pan grattato – prezzemolo – aglio – formaggio – pepe – olio d’oliva e mettere in forno a 250 gr. per circa 30-35 minuti. Quando saranno dorati nella parte superiore togliere dal forno e servire caldi. NOTA : Quando non c’erano i forni elettrici o a gas nelle famiglie, i tegami di lampascioni si portavano ai forni a legna che c’erano nel paese, oppure si cuocevano nella cucina alla monacale o fracassè, con carboni ardenti sotto il tegame poggiato sul treppiede e sopra il tegame sistemati su un coperchio di alluminio.

Come servire e gustare

Servire in un piatto di creta smaltato possibilmente caldo con della bruschetta condita con aglio e olio d’oliva oppure pane casereccio. Gustateli con un buon calice di vino primitivo secco e di ottima qualità. Buon appetito e non datevi delle arie, tanto ci pensano i lampascioni.

                                                                                Cosimo Luccarelli

 

 

“La teologia del presepe napoletano” sarà il tema che don Biagio Costa, Patrologo, tratterà Sabato 14 dicembre 2019 nella Biblioteca S. Francesco de Geronimo al Monticello per il Sabato Culturale di dicembre 2019.

Sabato Culturale Dicembre 2019

“Festa dell’Immacolata, la gioia dell’avvicinarsi al Natale” – L’antica devozione popolare alla Vergine Maria.

L'Immacolata 1

Gaspare Mastro – Processione dell’Immacolata in Via Uffici Pubblici oggi Via Mastropaolo

“Festa dell’Immacolata”, la gioia dell’avvicinarsi al Natale!

Con la processione del simulacro dell’Immacolata a cura della Confraternita del SS. Sacramento, come avviene in tutta Italia, inizia il periodo di preparazione al Natale. La Confraternita, nata nella Collegiata nel 1550, costruì il proprio Oratorio adiacente alla Chiesa Madre dove c’era il campanile romanico distrutto dal fulmine. In questo Oratorio (momentaneamente chiuso per restauro) viene conservata la statua lignea dipinta della Vergine, fatta costruire nel ‘700 da Cicinelli, principe di Cursi e Duca di Grottaglie (documento pubblicato dalla Pasculli Ferrara nel catalogo della mostra “Confraternite, arte e devozione in Puglia del Quattrocento al Settecento”). La paternità della scultura è attribuita a Giuseppe Picano, allievo del Sanmartino, artista di grande talento e sensibilità nelle sculture sacre, operante in quei tempi a Napoli. Il pregevole  modellato dell’Immacolata, scolpito in sintonia con le teorie artistiche rococò, esplicita note di viva bellezza e arcadica grazia: la Vergine, avvolta da un ampio mantello svolazzante, è rappresentata su una nuvola con due teste di cherubini alati, mentre calpesta con il piede sinistro il serpente e la falce di luna. La Confraternita del SS. Sacramento, dal momento della sua costituzione, ha ricevuto nelle prestazioni e doveri statutari quello di celebrare ogni anno la festa della Concezione della Madonna, sotto la cui invocazione fu eretto l’oratorio. E così tutti i confratelli in abito di rito composto da: 1) Saio di cotone bianco, stretto in vita da un cingolo di lana bianco con fiocco 2) Mozzetta, mantella color celeste che si abbottona tramite due alamari dorati, con l’effige della confraternita SS. Sacramento sul lato sinistro 3) Cappuccio di cotone bianco, alzato sulla testa. 4) Guanti bianchi. 5) Bordone, azzurro con punta bianca 6) Scarpe e calzini bianchi, portano la statua della Madonna sulle spalle per le vie della città. Negli ultimi dieci anni le confraternite rivisitando i propri statuti, hanno coinvolto le donne alla partecipazione dei sacri riti e processioni. Contrariamente ai confratelli l’abito di rito delle consorelle è composto da una Mantella a tre quarti con color celeste che si abbottona tramite due alamari dorati, con l’effige della confraternita SS. Sacramento sul lato sinistro, posta sopra l’abito personale. Anticamente a questa processione partecipavano tanti canonici, sacerdoti, seminaristi e accoliti, che accompagnavano l’arciprete o in sua vece l’assistente spirituale della confraternita, rappresentante la Collegiata. Il clero precedeva la statua, come di prassi nelle processioni, e tutti indossavano sulla talare nera la cotta di pizzo ricamato. Dietro la statua tanti fedeli in preghiera; molte donne portavano il cero acceso e tra loro c’era sempre qualcuno che recitava il rosario nei momenti di silenzio/riposo della banda musicale. La festa obbligava la banda a suonare inni mariani, ma l’atmosfera pre-natalizia era motivo di far ascoltare in anteprima qualche pastorale.

immacolata     Gaspare Mastro – Processione dell’Immacolata in Piazza regina Margherita (Rientro)

… e le donne invocavano l’Immacolata dicendo

Sott’lu peti tla Matonna ccumpariu nna bbédda stella…!

Un rito secolare quello della processione dell’Immacolata che conserva intatto il fascino degli avvenimenti che parlano direttamente al cuore. La semplicità di questa manifestazione religiosa per le vie della città, nella profonda e mistica partecipazione dei fedeli, ha sempre dato vita ad un suggestivo momento di preghiera, ragione della profonda devozione dei grottagliesi alla Madonna. Una processione come tante, che avvenivano nel corso dell’anno liturgico con altre statue della Vergine chiamate diversamente, che si è caratterizzata anticamente dalle innumerevoli preghiere litaniche che tante donne recitavano ad alta voce nel dialetto grottagliese, in quanto imperava l’analfabetismo. Tutto questo lo si ascoltava nel silenzio di un paese privo di rumori ed in particolar modo a conclusione della processione in Piazza Regina Margherita quando la perfezione acustica della piazza era dovuta alla presenza del gruppo di case che comprendeva la torre dell’orologio sovrastante il Comando della Polizia Municipale che chiudeva quel cerchio come un teatro. Erano in tanti ad aspettare il rientro della processione e molte donne ferme ai lati della strada, si univano a quelle che erano dietro la statua con queste invocazioni: “Sott’lu peti tla Matonna ccumpariu nna bbédda stella, è la stella ncurunàta ti Cuncetta Mmaculata” Sotto il piede della Madonna comparve una bella stella, è la stella incoronata di Concetta Immacolata; oppure “Santa Vergini Maria iu ti prèu pi pietà! E pperò no mmi vò scònnu, lu bbisuégnu c’agghju ti Te!” Santa Vergine Maria io ti prego per pietà! Però non mi nascondo, il bisogno che ho di Te! La Banda riprendeva a suonare per smettere dopo qualche minuto affinchè il coro di voci all’unisono potessero salmodiare la preghiera litanica all’Immacolata che così diceva: “A lla mmaculata, sempri Vergini Maria, a lla prena ti tutti li crazii, a lla Bbinitetta ti tutti li fili t’Atamu, a lla Palomma e a lla turturella, a lla tiletta Matri ti Ddiu, anori ti tutti lu ggeniri umanu, litizzia tla Santissima Trinitati; casa t’amòri e tempiu ti li virtuti, Matri tlu bell’amòri e mmàtri tla speranza, abbucata tlu piccatòri e ddifesa tli tébbli, luci tli cicati e mmiticina tli malati, aquila tla cunfitenza e citati ti rifuggiu, pòrta tlu Paratisu, e arca ti vita; vita tla paci e pòrta tla saluti, stella tlu mari, e mmatri ti tuciòri; matri t’amòri e paciéra tlu piccatòri; aiutu tli bbannunati e cunfòrtu tli muribbonni; allicrezza e ssarvezza ti tuttu lu munnu. Amen! ” All’Immacolata sempre Vergine Maria, alla piena di tutte le grazie, alla benedetta di tutti i figli d’Adamo, alla colomba e alla Tortorella, alla diletta Madre di Dio, onore di tutto il genere umano, letizia della Santissima Trinità; casa d’amore e tempio di virtù, madre del bell’amore e madre di speranza, avvocata dei peccatori e difesa dei deboli, luce dei ciechi e medicina dei malati, aquila di confidenza e città di rifugio, porta del Paradiso ed Arca di vita; vita della pace e porta della salute, stella del mare e madre di dolcezza; madre d’amore e paciera dei peccatori; aiuto degli abbandonati e conforto dei moribondi; allegrezza e salvezza di tutto il mondo. Così sia! La statua rientrava in Chiesa Madre al canto del Tota pulchra es, Maria, et macula originàlis non est in te……! Tutta bella sei, o Maria, e in te non c’è macchia originale…..!

                                                                                                              Cosimo Luccarelli

*1° Domenica d’Avvento* Anticamente a Grottaglie in tutte le famiglie iniziava il periodo del Natale aspettando la nascita “tlu Mmamminiéddu” con la preparazione del tradizionale presepe!

Dic 2008 072

La tradizione del presepe, rievocata nel 1223 da S. Francesco d’Assisi a Greccio, nel corso dei secoli si è radicato profondamente nella città di Grottaglie per la presenza dell’arte ceramicale. Prima dell’avvento della rivoluzione industriale i grottagliesi, fin dalla tenera età, avevano  una predisposizione a costruire presepi in casa, a disegnare i paesaggi e a forgiare con la creta i pastori frequentando le varie botteghe delle ceramiche. Era abbastanza comune trovare nelle famiglie un figulo, un vasaio, un maestro di ruota, un capasonaro, nnu ruagnaru, nnu caminaru e attraverso loro si potevano avere le statuette di creta verniciate. Il presepe grottagliese, come quello napoletano, è sempre stato un presepe affollato di personaggi. I nostri pasturari, oltre alla Natività, hanno sempre previsto i tre Re Magi, fra i quali non mancava mai il negro, simbolo di fraternità, di universalità e di uguaglianze di razze. C’era lu sbantusu, quel pastore che al vedere la stella rimase in atteggiamento di stupore; Stefanuddu in braccio alla madre che si metteva il 26 dicembre accanto alla grotta per ricordare il primo martire, ma anche i SS. Innocenti, tanto che il 28 dicembre Gesù Bambino veniva tolto dalla grotta o coperto da un fazzolettino ricamato per proteggerlo da Erode. La grande fede dei nostri antenati si sbizzarriva nel realizzare le varie statuette  rappresentanti le varie classi sociali: il fornaio, il sarto, il calzolaio, l’ambulante, gli zampognari, il pescatore, la donna che fila alla conocchia, la tessitrice col telaio della nonna, le lavandaie, e poi tante pecore da sistemare in pianura, in collina, sulle cime dei monti. I vestiti dei pastori e degli altri personaggi si riferivano ai costumi del ‘700: le donne in camicetta e sottana lunga alle caviglie, cu llu sunale allacciato alla vita. Gli uomini erano sempre in giacchetta o in gilè, con pantaloni stretti al ginocchio da laccetti e cappello nelle mani. La scenografia del presepe in casa era molto semplice e prevedeva il castello del Re in lontananza per fare da sfondo. Non esisteva una prospettiva ma soltanto il desiderio di costruire il presepe con semplici materiali quali ceppi di vite, calce viva, sacchi di juta, carta blu della pasta sfusa, muschio fresco, cipollacce, paglia secca e pietrisco di varie dimensioni e forme. In passato con la prima domenica d’avvento iniziavano i preparativi del presepe, che per famiglie aveva un significato culturale e religioso, oltre a rappresentare un evento somigliante alla nostra identità locale. Doveva essere pronto per la Vigilia dell’Immacolata e sistemato in una parte della casa molto luminosa perché non c’erano le piccole serie di luci come quelle di oggi. L’unica luce era la lampa ad olio davanti alla grotta che restava accesa per tutto il periodo, dalla vigilia dell’Immacolata alla Candelora. Con la Novena dell’Immacolata iniziava il periodo natalizio, tanto atteso per le speciali vigilie che vedevano le tavole un po’ più ricche del solito per la presenza di cavolfiori col baccalà, pesce fritto, rape stufate e tante, tante pettole calde e saporite. Bisognava aspettare la vigilia di Natale per gustare sannacchiutili e tiénti di San Ciseppu cosparsi di miele. Oggi la corsa a realizzare il presepe in casa è quasi scomparsa e si preferisce addobbare la casa con festoni, alberi di Natale con ai piedi piccole grotte della natività, attorniate di regali, a volte inutili e superflui, invece della semplicità, coerenza, amicizia e rispetto per gli altri, che sicuramente quei pastori avevano nel presepe di quel tempo. Con l’augurio di suscitare ancora il desiderio di costruire tanti presepi tradizionali in casa per la gioia di grandi e piccoli, Buona Prima Domenica di Avvento a tutti.  Cosimo Luccarelli

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