Ccussì si sciucava a lli tiémpi mia – “A gghiúmmu”

I giochi di una volta”. Tra i giochi antichi estivi che divertivano i ragazzi di un tempo, quello  detto “A gghiùmmu” attirava molti perché un gioco di resistenza e di affermazione delle proprie capacità. Come tanti altri giochi pubblicati, anche questo ho tentato di descriverlo nei particolari al fine di renderlo comprensibile dalle nuove generazioni, grazie all’esperienza personale e alle testimonianze di anziani. Ovviamente le squadre di ragazzi che si formavano tenevano conto della struttura corporea per evitare che qualcuno potesse farsi male.  

 A gghiùmmu

Da “Salento come eravamo blog”

“A gghiúmmu”

«Era un gioco di resistenza per maschietti, le femminucce guardavano e si divertivano. Tutti i ragazzi presenti tiravano a sorte per formare due squadre: una doveva restare sotto e l’altra doveva saltare a cavallo sulla schiena degli altri. I componenti della squadra di sotto si disponevano tutti in fila con la schiena curvata e con la testa sotto l’ascella del compagno che li precedeva, ad eccezione del primo, che in posizione leggermente curvata poggiava le mani al muro per sostenere gli stessi compagni. In questa maniera si disponevano come una schiena di cavallo per ricevere la squadra di sopra”, ossia gli avversari, che al via del capo squadra, ed uno alla volta, dopo una buona rincorsa e con un balzo in avanti, cercavano di sistemarsi tutti sulle spalle dei malcapitati avversari. Bastava il cedimento di qualcuno per restare ancora sotto, altrimenti si doveva resistere per tutto il tempo della conta del capo squadra di sopra (tempo concordato dalle due squadre prima di iniziare il gioco) che cercava sempre di allungare il più possibile nelle ire di coloro che stavano sotto a sopportare il peso». Cosimo Luccarelli,  a presto!

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Ccussì si sciucava a lli tiémpi mia: “A uárdi (wárdii) e llatri!” A guardia e ladri!

Nel post del 29.11.2007 dal titolo “I giochi di una volta” riportai un saggio di un lavoro riposto in un cassetto, scaturito dalle tavole dipinte da G. Mastro e G. Orazio sulla tipologia dei giochi di tanti anni fa. Giochi antichi descritti nei minimi particolari in modo da renderli comprensibili dalle attuali e future generazioni. Sono stati i ricordi e le testimonianze di tante persone anziane che mi hanno permesso di formulare una descrizione pratica su modalità e svolgimento dei vari giochi. Descrizione, foto e disegni che agli amici amanti delle nostre tradizioni hanno permesso anche di pubblicare libri sull’argomento. Nella sezione “Giochi” di questo blog sono stati già pubblicati “A gghiúmmu”, “A lla campana”,“A Matama Torè”, “A llu škáffu”, “A llu tticchiti”, “A lli fucèddi o a lli pallini!”, “A lla livoria”, “A lli stácchji“, “A llu farnaru”, “A ssarta cavaddina”, “A parmu”, “A ggirutunnu tlu scutieru!, “ A lla fumèca!”, “A llu curruculu!”, “A lla sènga” ». Oggi è la volta del gioco tanto amato dai ragazzi di una volta, quello dei ladri e delle guardie, perché riuscire ad arrestare il compagno che svolgeva il ruolo del ladro non era semplice e usare la furbizia del ladro per non farsi acchiappare non era da meno.

Gioco Guardie e Ladri

“A uárdi (wárdii) e llatri!” A guardie e ladri”

 Dal vocabolario grottagliese: Uárdia (wárdia), guardia, vigile, persona deputata a guardia di qualche cosa; Latru, ladro, chi ruba. – Per questo gioco occorrevano sempre due squadre: quella dei ladri e quella delle guardie. Due gruppi che si dividevano in maniera alternata per consentire a tutti di essere guardia e di essere ladro. Al via del compagno più grande si dava inizio al gioco.  La squadra dei ladri fuggiva e cercava di nascondersi in vari nascondigli, mentre la squadra delle guardie si metteva subito ad inseguire i ladri. Se uno dei ladri nel fuggire veniva toccato, la guardia gridava: «Pigghiàtu! Pigghiàtu!, Ncatèni! – Preso! Preso! In catene!». Allora il ladro veniva preso prigioniero e portato in una zona riservata, che rappresentava la prigione; accanto al prigioniero si metteva una sentinella che faceva da sorvegliante alla distanza di almeno tre metri. Da questa prigione il carcerato poteva essere liberato da un altro ladro, suo compagno, solo se riusciva a toccarlo, rischiando però di essere preso a sua volta dalla sentinella che stava poco distante; in tal caso rimaneva anche pure lui prigioniero. I due prigionieri si tenevano stretti per mano tra loro, sperando che qualcuno potesse liberarli, mentre la squadra delle guardie, sempre più accanita, cercava i ladri nei vari nascondigli, sperando di catturarli uno alla volta. Alla fine il gioco diventava emozionante quando rimaneva l’ultimo ladro da catturare, il quale era sfidato solo da una guardia, in quanto tutti gli altri erano impegnate a fare da guardia ai vari prigionieri, che si tenevano tra loro stretti per mano, sperando di fuggire nuovamente verso la libertà. Infatti, se l’ultimo ladro era molto abile e bravo, poteva riuscire eludendo la vigilanza di quella guardia, toccando i suoi compagni di squadra gridando: «Vagnù!, libbru iu e llibbri tutti! – Ragazzi! Libero io e liberi tutti!». Così tutti ritornavano liberi e il gioco riprendeva con l’alternanza dei ruoli per divertirsi sempre in allegria. Cosimo Luccarelli

Ccussì si sciucava a lli tiémpi mia: “A lla sènga” – Il gioco della linea tracciata per terra!

Nel post del 29.11.2007 dal titolo “I giochi di una volta” riportai un saggio di un lavoro riposto in un cassetto, scaturito dalle tavole dipinte da G. Mastro e G. Orazio sulla tipologia dei giochi di tanti anni fa. Giochi antichi descritti nei minimi particolari in modo da renderli comprensibili dalle attuali e future generazioni. Sono stati i ricordi e le testimonianze di tante persone anziane che mi hanno permesso di formulare una descrizione pratica su modalità e svolgimento dei vari giochi. Descrizione, foto e disegni che agli amici amanti delle nostre tradizioni hanno permesso anche di pubblicare libri sull’argomento. Nella sezione “Giochi” di questo blog sono stati già pubblicati “A gghiúmmu”, “A lla campana”,“A Matama Torè”, “A llu škáffu”, “A llu tticchiti”, “A lli fucèddi o a lli pallini!”, “A lla livoria”, “A lli stácchji“, “A llu farnaru”, “A ssarta cavaddina”, “A parmu”, “A ggirutunnu tlu scutieru!, “ A lla fumèca!”, A llu curruculu!». Oggi è la volta del gioco della linea tracciata per terra che noi grottagliesi chiamiamo “sènga”. Un gioco che richiedeva l’uso delle monetine o semplici bottoni che oggi potrebbe ancora divertire i ragazzi seguendo la formula dello stare bene insieme.

A lla sènga

A lla sènga

Sènga in grottagliese vuol dire linea tracciata per terra, oppure incisione o piccola fessura. Il gioco, molto semplice, prevedeva l’uso di monetine o semplici bottoni. Nelle strade poco frequentate e nei vicoli ciechi i ragazzi disposti a giocare decidevano se usare soldi o bottoni e tracciavano una marcata linea per terra con pezzi di calce bianca dura che all’epoca non mancava mai nelle case. Stabilita la distanza dalla linea, si tirava a sorte col mitico tocco per stabilire a chi toccava per primo, per secondo, per terzo, etc. a lanciare la moneta o il bottone che doveva cadere sulla linea. Vinceva chi riusciva a far cadere l’oggetto sulla linea. Ma se i giocatori non riuscivano, il più vicino alla linea era il primo, quello più distante era il secondo, quello più lontano ancora era l’ultimo. Allora il giocatore che aveva conquistato il primo posto, ossia il più vicino alla linea, trattenendo l’indice con il pollice, lo faceva scattare come una molla, spingendo così la monetina o il bottone sulla linea tracciata per terra. Se riusciva a centrare la linea, si prendeva la sua moneta o il bottone e passava a spingere la moneta di un altro compagno; se non riusciva a farla andare sulla linea, il gioco passava al giocatore arrivato secondo. Questo ripeteva la stessa operazione del primo compagno, sperando di vincere almeno la sua moneta. Vinceva tutto quel giocatore che fosse stato capace di fare andare la sua monetina o il suo bottone e quelle degli altri compagni sulla linea utlilizzando la tecnica della spinta dell’oggetto con le dita a forma di moletta.  A presto!

Ccussì si sciucava a lli tiémpi mia: “A llu currúculu!” Il gioco della trottola!

Nel post del 29.11.2007 dal titolo “I giochi di una volta” riportai un saggio di un lavoro riposto in un cassetto, scaturito dalle tavole dipinte da G. Mastro e G. Orazio sulla tipologia dei giochi di tanti anni fa. Giochi antichi descritti nei minimi particolari in modo da renderli comprensibili dalle attuali e future generazioni. Sono stati i ricordi e le testimonianze di tante persone anziane che mi hanno permesso di formulare una descrizione pratica su modalità e svolgimento dei vari giochi. Descrizione, foto e disegni che agli amici amanti delle nostre tradizioni hanno permesso anche di pubblicare libri sull’argomento. Nella sezione “Giochi” di questo blog sono stati già pubblicati “A gghiúmmu”, “A lla campana”,“A Matama Torè”, “A llu škáffu”, “A llu tticchiti”, “A lli fucèddi o a lli pallini!”, “A lla livoria”, “A lli stácchji“, “A llu farnaru”, “A ssarta cavaddina”, “A parmu”, «A ggirutunnu tlu scutieru!, “ A lla fumèca!”». Oggi è la volta del gioco della trottola che noi grottagliesi chiamiamo “currúculu”. Per noi ragazzi avere “nnu currúculu” negli anni ’50 significava divertimento assicurato perché dopo averlo costruito bisognava imparare a farlo girare. Un gioco che potrebbe ancora divertire i ragazzi di oggi per guardare il cielo azzurro nelle belle giornate primaverili e socializzare con i propri coetanei divertendosi con semplicità.

Gioco curruculu

Lu currúculu! La trottola! (dal lt. Curru + rutulus ) nel senso di una cosa che ruota o che corre.

“Lu currúc(u)lu” o la trottola, è un gioco che si pratica da almeno 2000 anni e in tutte le parti del mondo. L’uso delle trottole originariamente era legato a cerimonie religiose o a riti stagionali per la fecondità della terra. Nell’antica Roma, il celebre Catone lo consigliava come passatempo per i ragazzi, per il fascino irresistibile che emana quando è in movimento. In Giappone esiste una tradizione artigianale per la fabbricazione di “ccurrúcli” di tutti i tipi e delle forme più diverse.

CurruculuLu currúclu” è un giocattolo di modeste dimensioni, da tre a sei centimetri all’incirca, di legno duro (faggio, noce, ulivo) a forma di cono, alla cui estremità c’è una punta di ferro; per farlo girare occorreva una funicella che veniva avvolta intorno al giocattolo partendo dalla punta e arrivando verso l’alto; all’estremità della suddetta cordicella, c’era un cerchietto in cui s’infilava il dito medio della mano che lo lanciava. Il lancio del “currúclu” poteva essere effettuato a ”sobbramanu” ossia alzando la mano ed imprimendo maggiore violenza con maggiore velocità, o “sottamanu”, ossia piegato o inginocchiato per terra lanciando direttamente lu currúclu nel cerchio posto nello spiazzo contenente già o il gruzzolo “tli tò sòrdi!” o ”ncerti caramelli”. ”Lu currúclu” per l’effetto dello svolgimento della cordicella, riceveva una velocità centrifuga veramente notevole, al punto tale che aprendo la mano e divaricando il medio e l’anulare accostandolo ”a llu currúclu” rotante, questo passava, ancora girando, nel palmo della mano, e così girando si lanciava con violenza sul gruzzolo di soldini, o delle caramelle, poste nella “cicla” per farne uscire fuori del cerchio il maggior numero di essi; i soldini saltati fuori dal cerchio erano i soldi o le caramelle vinte. Il gioco continuava con l’altro compagno che sperava di vincere almeno quello rimasto ancora nel cerchio.

A presto!

Ccussì si sciucava a lli tiémpi mia: “A lla fumèca!” Il gioco dell’aquilone!

Nel post del 29.11.2007 dal titolo “I giochi di una volta” riportai un saggio di un lavoro riposto in un cassetto, scaturito dalle tavole dipinte da G. Mastro e  G. Orazio sulla tipologia dei giochi di tanti anni fa. Giochi antichi descritti nei minimi particolari in modo da renderli comprensibili dalle attuali e future generazioni. Sono stati i ricordi e le testimonianze di tante persone anziane che mi hanno permesso di formulare una descrizione pratica su modalità e svolgimento dei vari giochi. Descrizione, foto e disegni che agli amici amanti delle nostre tradizioni hanno permesso anche di pubblicare libri sull’argomento. Nella sezione “Giochi” di questo blog sono stati già pubblicati “A gghiúmmu”, “A lla campana”,“A Matama Torè”, “A llu škáffu”, “A llu tticchiti”, “A lli fucèddi o a lli pallini!”,  “A lla livoria”, “A lli stácchji“,“A llu farnaru”, “A ssarta cavaddina”, “A parmu”, «A ggirutunnu tlu scutieru!». Oggi è la volta del gioco dell’aquilone che noi grottagliesi chiamiamo “fumèca”. Per noi ragazzi avere un aquilone negli anni ’50 significava divertimento assicurato perché dopo averlo costruito bisognava farlo volare. Un gioco che potrebbe ancora divertire i ragazzi di oggi per guardare il cielo azzurro nelle belle giornate primaverili.

Aquilone

La fumèca! –  L’aquilone!

Qualcuno sostiene che l’aquilone sia penetrato dall’Asia in Europa, a cominciare dai primi del XVII secolo. La fumèca, nel dialetto grottagliese, era un divertimento o un passatempo che appassionava morbosamente i ragazzi che lo praticavano. Per costruirlo si tagliava un foglio di carta, preferibilmente oleata e colorata, perché più resistente, in forma di rombo o di quadrato, dalle dimensioni, varianti dai 40 ai 70 cm. circa di lato. Poi si prendeva una canna e si ricavavano, tagliandola in verticale con un coltello, due listelli fini, dello spessore di poco meno di un centimetro, che erano le diagonali della fumeca.  Qualche volta a loro posto si  usavano anche le stecche di vecchi ombrelli. Si preparava la colla fatta con acqua e farina. Poi si attaccavano i listelli di canna alla carta oleata, fermandoli con delle striscioline di carta spalmate di colla. Poi con altre striscioline di carta spalmate di colla, si fermano, nel punto in cui si incrociano i due listelli. Si facevano poi tante striscioline di carta di vari colori e si chiudevano ad anelli uniti tra loro; questa costituiva la coda della fumeca; si facevano altre catenelle variopinte che si attaccavano ai lati, costituendo cosi le ali dell’aquilone. Ciò fatto rimaneva che farlo volare. Allora si prendeva un gomitolo di cotone resistente, si tagliavano tre pezzetti di circa 30 cm, si annodava un capo alle due ali e l’altro al capo che stava sopra. Si legavano i tre fili al centro con il capo del gomitolo. L’aquilone era pronto a volare.  Si  prendeva la rincorsa e col vento si lasciava andare in cielo a godersi il panorama della terra. Quando l’aquilone raggiungeva una quota ragguardevole si inviavano i cosiddetti “telegrammi”, consistenti  in dischetti di carta di forma circolare forati al centro che, infilati nello spago, iniziavano a salire  pian piano all’inizio, e, poi, sempre più velocemente, fino a raggiungere la fumèca. Se durante il volo del proprio aquilone c’erano altri aquiloni dei compagni allora iniziava la gara e lo sfottorio come descritto nella tavola.  Cosimo Luccarelli    –  A presto!

Ccussì si sciucava a lli tiémpi mia: «A ggirutunnu tlu scutieru!» – Così si giocava ai miei tempi: «A Girotondo dello scudiero!»

Nel post del 29.11.2007 dal titolo “I giochi di una volta” riportai un saggio di un lavoro riposto in un cassetto, scaturito dalle tavole dipinte da G. Mastro e  G. Orazio sulla tipologia dei giochi di tanti anni fa. Giochi antichi descritti nei minimi particolari in modo da renderli comprensibili dalle attuali e future generazioni. Sono stati i ricordi e le testimonianze di tante persone anziane che mi hanno permesso di formulare una descrizione pratica su modalità e svolgimento dei vari giochi. Descrizione, foto e disegni che agli amici amanti delle nostre tradizioni hanno permesso anche di pubblicare libri sull’argomento. Nella sezione “Giochi” di questo blog sono stati già pubblicati “A gghiúmmu”, “A lla campana”,“A Matama Torè”, “A llu škáffu”, “A llu tticchiti”, “A lli fucèddi o a lli pallini!”,  “A lla livoria”, “A lli stácchji“,“A llu farnaru”, “A ssarta cavaddina”, “A parmu”. Oggi è la volta del gioco «A ggirutunnu tlu scutieru!» cioè (A Girotondo dello scudiero!).

Girotondo dello scudiero

Girotondo dello scudiero!

Il gioco del “Girotondo dello scudiero” ricorda un vecchio rito nuziale, in cui lo sposo o in sua vece il proprio ambasciatore, scudiero o fiduciario, sceglieva la sua sposa, tra le diverse  belle fanciulle, adornate più o meno alla stessa maniera. Al di fuori del girotondo, formato da diverse ragazze presenti che saltellavano, c’era lo scudiero che andava a scegliere per il Re, la sposa! Lo scudiero iniziava, meravigliato dinanzi a tanta bellezza, cantando: Oh quante belle figlie, madama del re! Oh quante belle figlie! Madama, rispondeva: Son belle e me le tengo scudiero del Re! Son belle e me le tengo! Scudiero: Il Re ne domanda una, madama del re! Il Re ne domanda una! Madama: Che cosa ne vuol fare, scudiero del Re? Che cosa ne vuol fare? Scudiero: La vuole maritare, madama del Re! La vuole maritare! Madama: Con chi la vuol maritare,scudiero del Re? Con chi la vuol maritare? Scudiero: Col principe di Spagna,madama del Re! Col principe di Spagna! Madama: E come la vestirete, scudiero del Re? E come la vestirete? Scudiero: Con rose e con viole, madama del Re! Con rose e con viole! Madama: Prendetevi la più bella, scudiero del re! Prendetevi la più bella! Scudiero: La più bella l’ho già scelta, madama del Re! La più bella l’ho già scelta! Madama:  E come essa si chiama, scudiero del Re? E come essa si chiama? Scudiero: Si chiama Mariolina, madama del Re! Si chiama Mariolina! Madama: Allora vi saluto, scudiero del Re! Allora vi saluto! Scelta la ragazza si staccava dal girotondo e si univa allo scudiero. Il gioco continuava, col canto e con la scelta, fino all’ultima ragazza, allegramente e gioiosamente.  Cosimo Luccarelli

Ccussì si sciucava a lli tiémpi mia: « A pparmu » – Così si giocava ai miei tempi: «A palmo o spanna»

Nel post del 29.11.2007 dal titolo “I giochi di una volta” riportai un saggio di un lavoro riposto in un cassetto, scaturito dalle tavole dipinte da G. Mastro e  G. Orazio sulla tipologia dei giochi di tanti anni fa. Giochi antichi descritti nei minimi particolari in modo da renderli comprensibili dalle attuali e future generazioni. Sono stati i ricordi e le testimonianze di tante persone anziane che mi hanno permesso di formulare una descrizione pratica su modalità e svolgimento dei vari giochi. Descrizione, foto e disegni che agli amici amanti delle nostre tradizioni hanno permesso anche di pubblicare libri sull’argomento. Nella sezione “Giochi” di questo blog sono stati già pubblicati “A gghiúmmu”, “A lla campana”,“A Matama Torè”, “A llu škáffu”, “A llu tticchiti”, “A lli fucèddi o a lli pallini!”,  “A lla livoria”, “A lli stácchji“,“A llu farnaru”, “A ssarta cavaddina”. Oggi è la volta del gioco « A pparmu » cioè a spanno o palmo di una mano).

Gioco "A parmu"

A pparmu

Lu Parmu corrisponde al palmo di una mano, ovvero a una spanna, pari alla distanza tra l’estremità del pollice e quella del mignolo di una mano aperta. Il gioco del palmo, che in passato i ragazzi facevano con le monetine del tempo, consisteva nel gettare le stesse contro un muro facendole rimbalzare per terra. I partecipanti al gioco di mettevano prima d’accordo per le regole generali da osservare e sceglievano un muro pulito e levigato. Il sorteggiato che usciva dal tocco preventivo iniziava il gioco, lanciando con una certa violenza la propria moneta contro il muro, facendola rimbalzare e cadere quanto più lontano possibile. Subito dopo interveniva il secondo giocatore, il quale studiava il modo di lanciare la propria moneta contro il muro per farla cadere il più vicino possibile (appunto quanto “un palmo”) alla moneta lanciata dal primo giocatore. Se ciò avveniva, ossia se la moneta andava a cadere ad una distanza dalla prima moneta raggiungibile da nnu parmu, il secondo giocatore vinceva quella prima moneta; se tutto questo non si verificava, il gioco passava al terzo giocatore; se il terzo giocatore a sua volta riusciva a far cadere la propria moneta ad un palmo di una delle due monete lanciate prima, si prendeva la sua e quella del giocatore a cui apparteneva. Se non si verificava nessuna delle precedenti condizioni, si riprendeva il gioco con il primo giocatore, il quale coglieva la sua moneta da terra e ripeteva il lancio. Così il gioco continuava con gli altri giocatori fino alla conquista delle monete in palio. Spesso però, le mani dei giocatori erano molto diverse in grandezza per cui al posto del palmo della mano, si usava una misura standard che in genere era nnu zzippu, un fuscello. Cosimo Luccarelli

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