“Lu carniáli a lli Vurtágghji ti tant’ann’arrétu” ( Il carnevale a Grottaglie di tanti anni fa)

Se  perdiamo la memoria delle tradizioni e della nostra lingua dialettale, perdiamo tanto…… quasi tutto. Un esempio? “Lu carniáli a lli Vurtágghji, com’era festeggiato nel passato? Come si mascherava la gente? C’erano i carri? E i bambini si mascheravano? A queste domande cercheremo di dare delle risposte avvalendoci delle dirette testimonianze di qualche ultranovantenne ancora lucido.

 

            Carnevale 1960 a Grottaglie sul Viale Matteotti

Il Carnevale iniziava il 17 gennaio, festa di S. Antonio Abate, anacoreta egiziano guaritore di malattie contagiose e protettore degli animali domestici. Questo santo eremita era conosciuto come Sant’Antóniu tlu puércu, perché era rappresentato con un maiale ai piedi. Si apriva così un promettente periodo di “feste” che si concludeva con l’ultimo martedì grasso o di  Carnevale. Il giorno della settimana privilegiato era il giovedì (cinque per la precisione): lu sciuvitía tli muénnici (dei monaci); lu sciuvitía tli priéviti (dei preti); lu sciuvitía tli cattíi (dei vedovi); lu sciuvitía tli curnuti (dei cornuti, ossia dei coniugati); lu sciuvitía tli pacci (dei pazzi, ossia dei non coniugati e dei giovani). Gli ultimi due giorni di Carnevale, cioè il lunedì e il martedì grasso erano detti li tò ggiurni tlu pastóri (i due giorni del pastore), per via della singolare avventura occorsa a un pastore, che tornava a casa “t’la quinnicína”, vale a dire da un periodo di lavoro di quindici giorni continui presso una masseria. Narra la leggenda che l’uomo abbia incontrato lungo un tratturo un vecchio, sotto il cui aspetto si celava Gesù, che chiese all’uomo “Dove sei diretto”? Gli rispose: “Vado al mio  paese  per trascorrere il Carnevale in famiglia”. “Ma no!” disse il vecchio “Oggi è la domenica in cui finisce il Carnevale”. Colpito dall’ingenuità e dalla buona fede dell’uomo, “Gesù” gli concesse altri due giorni da trascorrere in allegria con la sua famiglia. Il giovedì dopo le Ceneri era lu sciuvitía tli cattíi (giovedì delle vedove) perché era morto “Carnevale”. Nelle lunghe serate di questi giovedì, i giovani si riunivano presso qualche famiglia per ballare la pizzica-pizzica (tarantella) al lume di candela, dove le ragazze eseguendo delle giravolte, fingevano di sottrarsi ai pizzicotti dati “sul di dietro” dai ragazzi che giravano attorno a loro. I suoni erano quelli della fisarmonica e del tamburello. Il martedì grasso o di Carnevale tanta gente si mascherava usando abiti vecchi, larghi e strappati; ampi scialli; camicie da notte; camici bianchi delle confraternite; mantelli e cappellacci neri scendendo nelle stradine e nei vicoli del centro storico, urlando e bussando con dei bastoni alle porte delle case dei vicini. Chi aveva il traino con il cavallo o la mula, girava per le strade più larghe facendo salire amici, parenti e quelli che suonavano la fisarmonica e il tamburello. Nel primo pomeriggio si formava una specie di sfilata composta da traini e “maschere” vicino ai Giardini di fuori porta, oggi Monumento ai Caduti, e si girava per il paese cercando di non passare davanti alle chiese dove c’erano le “Quarantore” ossia l’Esposizione dell’Ostia Consacrata, che vedeva tanta gente pregare per chi si divertiva e peccava. L’ultimo traino portava una specie di cassa da morto, annerita da carbone, dove c’era “Carnevale morto”. In piedi, sempre sul traino, c’erano tanti uomini con abiti femminili vestiti a lutto che piangevano a squarciagola usando termini dialettali un pò forti e a volte volgari.

   

           Carnevale 1937 Gruppo mascherato in costume

Nelle famiglie borghesi i giovani si mascheravano indossando costumi di cavalieri, dame, ufficiali, conti, marchesi, etc. cuciti per l’occasione dalle mamme o dalle sarte; non andavano in strada perché si divertivano tra di loro con balli e canti nelle ampie stanze di qualche palazzotto del centro storico. Ballavano il tango, il valzer, la mazurca, la polka, il charleston e altri generi meno popolari, al suono di pochi strumenti musicali.

 

           Carnevale 1950 I bambini della Scuola Elementare

La scuola pubblica (presente in paese solo il ciclo elementare), per come era formata e strutturata ai quei tempi, dava poco importanza a questo avvenimento festoso. Qualche insegnante cercava di coinvolgere alunni e famiglie (con povertà diffusa), cercando di far vestire i ragazzi e le ragazze con gli abiti usati dei genitori o dei nonni e con piccoli divertimenti e scherzi nell’atrio della scuola trascorrevano qualche ora in allegria. A chiusura della giornata del Carnevale, chi disponeva, mangiava e beveva quanto più era possibile, sicuramente molto di meno degli altri giorni, da cui il detto “Carniáli cu lli tógghji, ósci maccarrúni e ccré mancu fógghji” (Carnevale con le doglie, oggi maccheroni, domani neppure un po’ di  verdura), e anche perché il giorno dopo iniziava la quaresima, da cui ancora il detto Carniáli mancia e rriti, e quaremma mancu frici (Carnevale mangia e ride, in quaresima no si può neanche friggere) perché iniziava anche il digiuno.  Buon Carnevale a tutti!       Cosimo Luccarelli

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