“Pareggiu e firratúra, l’arti tlu ferracavaddi!” – “Pareggio e ferratura, l’arte del maniscalco”

maniscalco

Qualità, abilità e prestanza fisica era il trinomio che riassumeva le doti del maniscalco quando svolgeva l’esercizio della sua arte. Storicamente si sovrapponeva in parte a quella del fabbro per il confezionamento dei ferri, forgiati al momento e su misura, secondo le necessità dei cavalli o muli. Un mestiere molto diffuso in passato, in quanto era una figura importantissima tra gli artigiani, necessaria per ferrare degli animali che contribuivano al duro lavoro di ogni giorno. Infatti il cavallo o la giumenta era il fido compagno dell’uomo di ieri, che lo aiutava a svolgere i lavori in campagna, a trainare grossi traini per il trasporto delle merci e calessi, carrozze e molleggiati per trasporto persone. Un mestiere che si imparava da quando si era piccoli, come tutti i mestieri, azionando il mantice della forgia, scoprendo le tecniche della forgiatura dei ferri e dei chiodi, in funzione delle zampe degli animali. “Lu ferracavaddi” li conosceva molto bene, era meglio di un veterinario, perché oltre a ferrarli era capace di salvarli dal macello sicuro quando non mangiavano più; allora lui pareggiava i denti e così ripristinava la masticazione. Sia d’estate che d’inverno lavorava quasi sempre all’esterno della sua bottega; il cavallo o giumenta o ronzino, tenuto dal padrone per la cavezza, teneva fermo poggiato sulle ginocchia del maniscalco lo zoccolo per essere ferrato. Un lungo grembiule di cuoio riparava il maestro da eventuali scottature e graffiature mentre sistemava il ferro, che doveva proteggere lo zoccolo da un eccessivo consumo e non doveva compromettere il grande equilibrio del meccanismo locomotore dell’animale. L’arte del ferrare trovava la più alta espressione nella conoscenza del piede dell’animale, sia esso sano, difettoso o malato, oltre alla preparazione del ferro e dei chiodi. L’amore sviscerato per questi stalloni, giumenti, ronzini, etc. lo esaltava al punto tale che molti di loro dicevano: “se l’animale lo tratti bene, ti riconosce da come cammini e ti nitrisce quando ti incontra per la strada”. La scena della tosatura del cavallo è ancora presente nella memoria di tante generazioni. Si portava a tosare il cavallo o la giumenta durante le belle giornate soleggiate; era necessario tosare l’animale perché favoriva la traspirazione e la pulizia del pelo che diventava ostico quando era lungo. Oltre a tenere l’animale per la cavezza, il padrone girava la manovella che azionava la tosatrice tramite un lungo cordoncino metallico. Abilmente lui tagliava tutto il pelo del corpo, compresi gli arti e la testa, fatta eccezione per un piccolo triangolo all’attaccatura della coda e una striscia in corrispondenza del garrese. Il cavallo o la giumenta era impaziente, non accettava quel rumore e quella vibrazione dell’utensile e così il maniscalco adeguava i movimenti alle reazioni dell’animale, specialmente quando tosava la testa, la pancia, l’interno coscia e sotto la coda e la gola. A fine tosatura il padrone copriva il suo compagno di lavoro con delle coperte per evitare infreddature e scegliendo la strada dove c’era più sole, ritornava a casa senza fermarsi per poter ricoverare subito l’animale nella stalla.

                                                                                                        Cosimo Luccarelli

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: