… per non dimenticare le figure presepiali dell’antica tradizione grottagliese!

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La tradizione del presepe, rievocata nel 1223 da S. Francesco d’Assisi a Greccio, nel corso dei secoli si è radicato profondamente nella città di Grottaglie per la presenza dell’arte ceramicale. Prima dell’avvento della rivoluzione industriale i grottagliesi, fin dalla tenera età, avevano una predisposizione a costruire presepi in casa, a disegnare i paesaggi e a forgiare con la creta i pastori frequentando le varie botteghe delle ceramiche. Era abbastanza comune trovare nelle famiglie un figulo, un vasaio, un maestro di ruota, un capasonaro, nnu ruagnaru, nnu caminaru e attraverso loro si potevano avere le statuette di creta verniciate. Il presepe grottagliese, come quello napoletano, è sempre stato un presepe affollato di personaggi. I nostri pasturari, oltre alla Natività, hanno sempre previsto i tre Re Magi, fra i quali non mancava mai il negro, simbolo di fraternità, di universalità e di uguaglianze di razze. C’era lu sbantusu, quel pastore che al vedere la stella rimase in atteggiamento di stupore; Stefanuddu in braccio alla madre che si metteva il 26 dicembre accanto alla grotta per ricordare il primo martire, ma anche i SS. Innocenti, tanto che il 28 dicembre Gesù Bambino veniva tolto dalla grotta o coperto da un fazzolettino ricamato per proteggerlo da Erode. La grande fede dei nostri antenati si sbizzarriva nel realizzare le varie statuette rappresentanti le varie classi sociali oltre alle grotte, fontana, mulino, ruscelli, ponti, montagne, pascoli e scene locali. Nel presepe non dovevano mancare: Lu mmamminiéddu (Gesù Bambino), La Matónna (La Madonna), San Ciséppu (San Giuseppe), Lu vói (Il bue), Lu ciucciariéddu (L’asinello), Lu zampugnáru, (Lo zampognaro), L’anciulu (L’angelo annunciatore), Li Rrémmaggi (I Re Magi), Lu sbantúsu (Colui che si meraviglia), Bbénitu (Il pastorello dormiente sistemato in alto), Stéfania (Donna che portò in regalo una pietra che diventò bambino, da cui il detto: Bbonasórti Stéfanuddu, ieri è nnátu Ggesù, ósci ss’é nnátu tu!), Méstu Abbéli cu Mminicóni a lla fracéra (Coppia di anziani al braciere), Lu picuráru cu lli pécri (Il pecoraio con le pecore), Lu cantiniéri (Il vinaio), (Il contadino con il cestino), La massára cu llu cásu (La massaia con il formaggio), Li cumpári ti San Ciuánni (I due compari di battesimo), Lu vécchiu cu lla lantérna (Il vecchio con la lanterna), La vécchia cu llu fazz’littóni (La vecchia con il grande scialle), Lu valánu cu lla pála t’li fichitígni (Il bifolco con la pala di fico d’India), La femminázza cu llu tiéstu (Donna di casa con un tegame di creta), La femminázza cu llu pàni (Donna di casa con il pane), La femminázza cu lla jaddìna (Donna di casa con la gallina), La femminázza cu lla cucúzza (Donna di casa con la zucchina), Lu ggióvini cu lla pécra o cu llu jáddu o cu llu vummíli o cu llu milóni (Il giovane con la pecora o con il gallo o con l’orciuolo di creta o con l’anguria) e tante altre figure di vita quotidiana grottagliese quali il fornaio, il sarto, il calzolaio, l’ambulante, gli zampognari, il pescatore, la donna che fila alla conocchia, la tessitrice col telaio della nonna, le lavandaie, e poi tante pecore da sistemare in pianura, in collina, sulle cime dei monti. I vestiti dei pastori e degli altri personaggi si riferivano ai costumi del ‘700 come le donne in camicetta e sottana lunga alle caviglie, cu llu sunale allacciato alla vita. Gli uomini erano sempre in giacchetta o in gilè, con pantaloni stretti al ginocchio da laccetti e cappello nelle mani. La scenografia del presepe in casa era molto semplice e prevedeva il castello del Re in lontananza per fare da sfondo. Non esisteva una prospettiva ma soltanto il desiderio di costruire il presepe con semplici materiali quali ceppi di vite, calce viva, sacchi di juta, carta blu della pasta sfusa, muschio fresco, cipollacce, paglia secca e pietrisco di varie dimensioni e forme. In passato con la prima domenica d’avvento iniziavano i preparativi del presepe, che per famiglie aveva un significato culturale e religioso, oltre a rappresentare un evento somigliante alla nostra identità locale. Doveva essere pronto per la Vigilia dell’Immacolata e sistemato in una parte della casa molto luminosa perché non c’erano le piccole serie di luci come quelle di oggi. L’unica luce era la lampa ad olio davanti alla grotta che restava accesa per tutto il periodo, dalla vigilia dell’Immacolata alla Candelora. Con la Novena dell’Immacolata iniziava il periodo natalizio, tanto atteso per le speciali vigilie che vedevano le tavole un po’ più ricche del solito per la presenza di cavolfiori col baccalà, pesce fritto, rape stufate e tante, tante pettole calde e saporite. Bisognava aspettare la vigilia di Natale per gustare sannacchiutili e tiénti di San Ciseppu cosparsi di miele. Oggi la corsa a realizzare il presepe in casa è quasi scomparsa e si preferisce addobbare la casa con festoni, alberi di Natale con ai piedi piccole grotte della natività, attorniate di regali, a volte inutili e superflui, invece della semplicità, coerenza, amicizia e rispetto per gli altri, che sicuramente quei pastori avevano nel presepe di quel tempo. Buon Natale, con l’augurio che nei vostri presepi di famiglia possa nascere Gesù Bambino come avvenne oltre duemila anni fa a Betlemme. Cosimo Luccarelli

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