“Festa delle Trombe nella ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo Apostoli”– Un’antica tradizione unica in Puglia e in Italia capace di coniugare sacro e profano attraverso un manufatto dell’antica tradizione grottagliese!

trombe di cretaDalle visite pastorali degli Arcivescovi di Taranto Mons. Lelio Brancaccio (1584) e Mons. Tommaso Sarria (1677) apprendiamo che molti fedeli grottagliesi, credendo di onorare Dio, solevano entrare in Chiesa cantando e saltando al suono di diversi strumenti musicali, così come facevano gli ebrei ricordando Davide davanti all’arca santa. Questa usanza non piacque ai vari arcivescovi perché la ritenevano irriverente e quindi non tardarono a minacciare la scomunica per tutti coloro che osavano entrare in chiesa con tali suoni. Ma i giovani, sempre ribelli nei secoli, nonostante le minacce di scomunica continuarono imperterriti a celebrare la festa delle trombe in onore di S. Pietro dai primi vespri della vigilia fino alla notte del 29 giugno. Le trombe, strumento musicale a fiato di creta, costruito in varie forme dai figuli grottagliesi (vedi foto), non si acquistavano ma si regalavano ad amici, a persone di riguardo, ai famigliari, oppure si barattavano con coloro che possedevano prodotti della terra: “nnu panariéddu ti culúmmi o ti péri” (un piccolo paniere di fioroni o di pere), “nna pignáta ti fái mmuzzicáti” (una pignatta di fave sbucciate) “nnu tiéstu ti cíciri o ti fasúli” (un coccio di ceci o di fagioli). Una volta avute le trombe, i ragazzi con gioia immensa, soffiavano a più non posso, specialmente la sera della festa nei pressi della chiesetta di S. Pietro e Paolo. La festa durava tutta la notte e perdeva di intensità man mano che si spegnevano le lampade ad olio. Una festa religiosa e folcloristica scomparsa da moltissimi anni dalla nostre tradizioni, anche se occasionalmente è stata ricordata con modalità e forme diverse da gruppi e associazioni locali a seguito della riconsegna della cappella sacra alla città, dopo un lungo periodo usata impropriamente a “garage”. Una chiesetta “fortunata” rispetto alle altre (demolite o ancora in abbandono) che grazie alla generosità di qualcuno possiamo ancora ammirare per ciò che resta dopo tanti travagli subìti. Situata alla fine di Via Forleo “Lu pinnínu” nell’incrocio con Via SS. Pietro e Paolo fu costruita da Jacopo Cuceri nel 1450,come risulta dalla bolla di autorizzazione dell’Arcivescovo Marino II Orsini del 24 febbraio 1450 e dedicata ai Santi Pietro e Paolo per profonda devozione della moglie di questo nobile signore. Viene citata nella visita pastorale del 1577 come una cappella che aveva una volta lamiata coperta di tegole con campanile; all’interno sopra l’altare le immagini dipinte del Crocifisso, della B.V. Maria e di S. Giovanni Evangelista; inoltre tutta la cappella era dipinta con figure sacre e all’ingresso c’era una pila con l’acqua benedetta. Venne riordinata nel 1656 dall’abate priore Don Francesco Ciraci e nella visita pastorale del 1657 di Mons. Caracciolo risulta qualche variante rispetto a quella visita compiuta 200 anni prima; confermando la struttura esterna variano le figure dipinte all’interno: sull’altare l’immagine della B.V. Maria con le immagini dei Santi Pietro e Paolo, mentre sul lato destro S. Girolamo e in quello sinistro S. Gaetano. Nel 1982 stranamente questa chiesetta diventa “garage” e per ospitare “le quattro ruote” è costretta ad essere modificata (abbassamento del pavimento, intonaci interni, cambio del portone in legno con una saracinesca, etc. etc. etc.) Oggi è ritornata chiesa per la generosità di qualcuno e qualche testimonianza del passato c’è ancora; speriamo di conservarla almeno così e di vedere le altre, chiuse e abbandonate, risanate e restituite alla città. Colgo l’occasione per porgere gli auguri più sinceri a tutti coloro che portano il nome Pietru, Piero, Pierino, Pierucciu, Piera, Pierina, Pietrina, Paulu, Paulinu, Paulettu, Paulucciu, Paula, Paulina, Pauletta, Pauluccia.  (*) Coloro che desiderano approfondire l’argomento possono consultare vari testi in circolazione di Ciro Cafforio, Cosimo Occhibianco, Rosario Quaranta e Silvano Trevisani.

Locandina Festa delle Trombe 2015

Festa delle trombe 2015

A presto!

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Sòtta nna prèv’la di muscriddòni ………!

Nannìma Tòri

Sòtta nna prèv’la di muscriddòni tlu truddu ti Zinzànu nànnima Tòri cuntàva…! [Sotto il pergolato di uva moscato del trullo di Genzano mio nonno Salvatore raccontava…!]

Era d’estate! Un carissimo amico di nome Giovanni morì improvvisamente. A quei tempi quando una persona moriva era usanza che al corteo funebre, che si svolgeva da casa alla chiesa e dalla chiesa al camposanto, oltre ai famigliari, parenti, amici e conoscenti, ci fossero sempre il prete, le suore e i confratelli della congreca se facenti parte. Era di pomeriggio, il caldo e l’afa spaccavano le pietre e anche….. le persone. Tutta la gente era davanti alla casa del morto in silenzio aspettando il prete. Finalmente arrivò ton Peppu (don Giuseppe) con il sagrestano e i chierichetti per la benedizione della salma e il prelievo del feretro. La moglie Lucia comu vitìu ton Peppu trasè (come vide don Giuseppe entrare) cominciò ad urlare quasi cantando: Ahi Ggiuà! Ahi Ggiuà”!…. ci s’à mmancià lu cranu ca jéri è pisatu sobb’a ll’era? [Ahi Giovanni! Ahi Giovanni!… chi si dovrà mangiare il grano che hai trebbiato sull’aia?]. Ton Peppu (don Giuseppe) quasi rispondendo al canto, dice in latino: Nnlu manceremus nobbis! [Ce lo mangeremo noi!]. Lucia, la vedova, continua: Ahi Ggiuà! Ahi Ggiuà”!…. ci s’à mmancià li fài, li ciciri e lli fasuli ca è lassatu ntlu saccu? [Ahi Giovanni! Ahi Giovanni!… chi si dovrà mangiare le fave, i ceci e i fagioli che hai lasciato nel sacco?]. Ton Peppu (don Giuseppe) risponde: Nnli manceremus nobbis! [Ce li mangeremo noi!]. Lucia, ancora: Ahi Ggiuà! Ahi Ggiuà”!…. ci s’à bbiè lu mièru ti ntlu capasoni? [Ahi Giovanni! Ahi Giovanni!… chi si dovrà bere il vino dentro il capasone?]. Ton Peppu (don Giuseppe): Nnlu bbibberemus nobis! [Ce lo berremo noi!]. Lucia: Ahi Ggiuà! Ahi Ggiuà”!…. ci à ppajà mò li tebbiti e lli fuméchi ca tu m’è lassatu? [Ahi Giovanni! Ahi Giovanni!… chi pagherà ora i debiti e le cambiali che mi hai lasciato?]. Ton Peppu (don Giuseppe) solenne risponde: Libbera nos Ddommine! Libbera nos Ddommine! [Liberaci o Signore! Liberaci o Signore!] e asperge in fretta il cadavere. Rivolgendosi al sagrestano dice: Uhè Ntò! Pigghja la croci e ccamina! Ca Lucia è ffessa!… Agnetunu si paja li sua) [Ohi Antonio! Prendi la croce e cammina! Lucia è scema!…. ognuno si paga i suoi! ].

Le dita della mano nella tradizione popolare grottagliese! (Nann’ma ccussì chiamáva li tèsciti tla manu!)

Dita della mano

In passato, quando in famiglia si parlava soltanto il dialetto, i nostri avi non conoscendo il termine italiano della dita, avevano dato ad ognuno di loro  un termine legato alla funzione che svolgevano nell’uso quotidiano. Il pollice, l’indice, il medio, l’anulare e il mignolo venivano chiamati e identificati in questo modo:

  1. Il pollice = “Lu cciti pitùcchji”, quello che uccideva i pidocchi

  2. L’indice = “Lu llècca piatti”, quello che leccava i piatti

  3. Il medio = “Lu cchiú lluèngu ti tutti”, il più lungo di tutti

  4. L’anulare = “Lu rre tl’anièddu”, il re dell’anello

  5. Il mignolo = “Lu pipirièddu”, come il piccolo acino di pepe.

Da piccoli questi termini dovevano essere imparati a memoria come una filastrocca, principalmente per quella dita che dovevano assolvere a compiti importanti.

A presto!

Ricorrenza di S. Vito, 15 giugno. I grottagliesi chiudevano i festeggiamenti con il gioco popolare della cuccàgna!

Chiesetta di S.Vito

La chiesetta raffigurata da G. Mastro nella foto del post non esiste più, fu demolita nei primi del ‘900. Nella visita apostolica di mons. Brancaccio del 1588 nella chiesetta c’erano più altari con statue e tele. Era collocata in angolo tra l’inizio di Via Crispi e Via Giovanni XXIII nel quartiere delle ceramiche esattamente “bbàsciu a lli cunzàturi” (zona di Grottaglie adiacente a Porta Sant’Antonio dove esistevano le tantissime botteghe di conciapelli). Nel giorno della ricorrenza di S.Vito, oltre alle celebrazioni liturgiche, era consuetudine per i grottagliesi festeggiare con l’albero della cuccàgna, un gioco popolare che premiava la forza e l’astuzia di tanta gente di un tempo. Questo gioco attirava prevalentemente tutta la gioventù grottagliese perché i premi, messi a disposizione dalle famiglie nobili di allora, erano molto appetibili per rarità e consistenza. Gli organizzatori della festa, erigevano un palo di legno con un cerchio in sommità, sul piazzale antistante la chiesetta e lo ingrassavano con tanto grasso animale (sìu). Sul cerchio, posto in cima al palo, appendevano: un agnello (nn’agnéllu), una forma di formaggio pecorino (nna pezza ti càsu), una forma di cacioricotta (nna pezza ti casricòtta), una forma di mortadella (nna forma ti murtatélla), una forma di provolone dolce (nnu pruvulone tòci), una forma di provolone piccante (nnu pruvulone piccanti), una corda di salciccia piccante (nna corda ti sasizza askuànti), una corda di salciccia dolce (nna corda ti sasizza tóci), una coscia di prosciutto (nna cossa ti prisùttu), un sacchetto di fichi con mandorle (nnu sacchettu ti fichi mmaritàti) e altri generi di prima necessità; chi riusciva ad arrampicarsi e ad afferrare uno dei premi appesi se lo portava a casa. Le difficoltà erano tantissime e per portarsi a casa qualcosa si formavano delle squadre. Il primo puliva il grasso alla base dell’albero e lo “abbracciava”; il secondo gli saliva in spalla, puliva la sua parte di albero e si “abbracciava” anche lui all’albero; il terzo faceva la stessa cosa fino a raggiungere la sommità. Durante i primi abbracci il palo era sempre molto “grasso” e coloro che tentavano la scalata, cercavano di pulirlo spargendovi sopra del tufo che si portavano nelle tasche dei pantaloni. Non era semplice la scalata e la competizione era altissima. La difficoltà non consisteva solo nella scalata, perché colui che arrivava in cima al palo, sempre appoggiato sulle spalle del compagno e abbracciato al palo con un braccio, si doveva sporgere con l’altro braccio steso interamente per afferrare il premio. Questo era il momento più difficile e tanti perdevano l’equilibrio cadendo come pere mature sui compagni; con rammarico si aspettava con ansia il turno successivo sperando di trovare sempre meno “sìu” sul palo e difficoltà ridotte. Una festa popolare, un gioco divertente, un’occasione per accaparrarsi un alimento che non rientrava nelle proprie possibilità economiche, un’ appuntamento annuale che si celebrava in concomitanza della festività di S. Vito, nel mese di giugno, con grande partecipazione di tutti i grottagliesi. Cosimo Luccarelli

Solennità del “Corpus Domini” a Grottaglie!

Nella condivisione delle parole di Papa Francesco: «La festa del Corpus Domini celebra il mistero dell’Eucaristia e lo fa lodare e cantare per le strade della città, e la processione è la nostra riconoscenza per tutto il cammino che Dio ci ha fatto percorrere attraverso il deserto delle nostre povertà, per farci uscire dalla condizione servile, nutrendoci del suo Amore mediante il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue», sacerdoti, suore, confraternite, bambini, giovani e adulti hanno partecipato alla celebrazione eucaristica che per il 2015 ha interessato la Parrocchia del Carmine.

Processione Corpus Domini 2015

“Atto di Fede” – Concorso promosso dal giornale online Oraquadra.it e Anteas Grottaglie

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Gli appuntamenti culturali di Giugno degli “Amici di S. Francesco”

PenitentiChardin

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