VIDEO DEL GIORNO – Gli “strani santi” del giorno che in passato erano evocati dal popolo nelle dure giornate di lavoro”

Avete mai sentito parlare di questi santi: Santu Sicutizzu – Santu Momò – Santu Popò – Santu Spartituru – Santu Totòi – Santu Nanà e Santu Sparpagghia? Ve li presento! Erano chiaramente santi che non sono mai esistiti nel calendario martirologico perché inventati dalla povera gente per affrontare in allegria il duro lavoro della settimana che iniziava all’alba e finiva al tramonto.

Collegamento al sito “Grottagliesità Enciclopedica”

Grottagliesità Enciclopedica

“Grottagliesità Enciclopedica” è il sito di complemento a grottagliesitablog dove sono previste diverse sezioni funzionali di interesse, in corso di caricamento dati, quali: DIZIONARIO MULTIMEDIALE Grottagliese / Italiano – GALLERIA IMMAGINI – RACCOLTA DOCUMENTI – NOTIZIE STORICHE – CURIOSITA’ – NEWS. 

IL COLLEGAMENTO A *GROTTAGLIESITA’ ENCICLOPEDICA* NON E’ AL MOMENTO DISPONIBILE PER LAVORI DI AGGIORNAMENTI AL PROGRAMMA OPERATIVO. 

Sulla rivista della Corsica “Le petit Corse” a firma di Pierre BARTOLI due articoli sulla devozione a San Francesco de Geronimo, autore del canto “Dio Vi Salvi Regina” composto e scritto dal santo gesuita grottagliese che la Consulta della Corsica scelse nel 1735 come Inno Nazionale!

In questi due articoli di Pierre BARTOLI si legge il grande fermento del popolo della Corsica a venerare e conoscere in profondità San Francesco de Geronimo, autore del loro Inno Nazionale da più di tre secoli. In occasione della festa dell’Assunzione del 15 agosto, il quotidiano “Il Piccolo corso” ha preso l’iniziativa di chiedere a Mons. Olivier de Germay, vescovo per la Corsica, di invitare tutti i sacerdoti che operano in Corsica, affinchè ricordino al popolo, prima del canto “Dio Vi salvi regina”, l’origine di questo componimento e il nome del suo autore, San Francesco de Geronimo, associandolo ad altri Santi Patroni della Corsica! Ringrazio la redazione “Le petit Corse” e Pierre BARTOLI di aver condiviso con “grottagliesitablog” la notizia. Cosimo Luccarelli

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Le dita della mano nell’antica terminologia popolare grottagliese!

 Nann’ma ccussì chiamáva li tèsciti tla manu!

 

In passato, quando nelle famiglie si parlava soltanto il dialetto, i nonni avevano dato uno strano nome alle dita della mano. Una terminologia che proveniva dall’uso che ogni dito aveva nelle varie azioni di vita quotidiana. E’ bene ricordarli, conservarli e tramandarli alle nuove generazioni. A) Il pollice = “Lu cciti pitùcchji”, quello che uccideva i pidocchi B) L’indice = Lu llècca piatti”, quello che leccava i piatti C) Il medio = Lu cchiú lluèngu ti tutti”, il più lungo di tutti D) L’anulare = Lu rre tl’anièddu, il re dell’anello E) Il mignolo = Lu pipirièddu”, come il piccolo acino di pepe. Per non dimenticarli i bambini dovevano impararli a memoria, come una filastrocca, indicando ovviamente il dito interessato.  A presto e Buon Ferragosto. Cosimo Luccarelli

C’era una volta … una scarpa vecchia! I ricordi nella memoria del cuore

Scarpa vecchia

C’era una volta … una scarpa vecchia!

C’era una volta una coppia di scarpe vecchie a collo alto, formato stivaletto, di colore bruno, con una tomaia di pelle piena di graffi, con tacchi e suole di cuoio consumato, la punta leggermente usurata e una lunga stringa che attraversava gli occhielli nella parte anteriore, ma perfettamente pulite e lucide. Le ricordo così!  Erano le scarpe della festa di mio nonno, adagiate in un angolo di muro bianco come il latte, nascoste dagli occhi indiscreti, ma pronte a raccontare la loro storia. Le occasioni di andare in giro per il paese erano quelle domenicali e festive, per cui dopo la lucidatura settimanale riposavano almeno sette giorni. Si ritenevano fortunate perché l’altra coppia di scarpe, quella adibita al lavoro di campagna, rientrava ogni sera stanca, infangata e unta. Ma tutte le sere,dopo l’unico pasto quotidiano, mio nonno le puliva e lucidava con grassi animali e non con le creme lucidanti che usava per le altre. Avevano per compagnia Napoleone, un gatto nero domestico, sempre accovacciato vicino a loro, nonostante il continuo movimento della coda che le accarezzava. Sono certo che tra loro esisteva un rapporto confidenziale e si raccontavano della bontà di mio nonno nei loro riguardi. Penso che le scarpe dicevano a Napoleone che loro erano le leali compagne della festa e che assicuravano al padrone, che le aveva scelte, un cammino sempre agevole e sicuro. In cambio lui, alla fine di ogni uso, le ungeva con una crema speciale che procurava loro un distensivo massaggio e le rendeva più morbide. Le spazzolava sempre con cura per farle rilassare e così tornavano in forma e pronte per essere indossate ancora una volta. Napoleone invece doveva confidare alla coppia di stivaletti quanto mio nonno fosse attento ai suoi comportamenti attraverso il movimento della sua lunga coda, ritenendolo un uomo intelligente e acuto. Ma una domenica quelle scarpe rimasero al loro posto e Napoleone non permetteva a nessuno di avvicinarsi a loro. Mio nonno, con grande meraviglia, scoprì che ospitavano all’interno di esse tanti gattini e quindi non potevano essere indossate. Per qualche mese le scarpe da lavoro sostituirono quelle della festa e così anche loro vennero unte con la crema speciale per essere più morbide. Ottennero anche loro quel trattamento speciale della spazzolatura e lucidatura, tanto da non essere da meno delle loro compagne durante il passeggio per le strade di Grottaglie.

Cosimo Luccarelli

Nel giorno della memoria di Santa Chiara, fondatrice della famiglia delle sorelle claustrali, ripresento alla comunità grottagliese la bellissima icona di “SANTA CHIARA E DELLE PRIME SANTE DELL’ORDINE”, realizzata a suo tempo da suor Piepaola Nistri, oggi Badessa del monastero di Grottaglie.

La collezione iconografica sacra del Monastero clariano grottagliese, formata da tantissime opere prodotte da suor Pierpaola Nistri all’interno dello stesso convento, si arricchisce di una nuova opera di pregevole valore artistico e di testimonianza cristiana. L’icona sacra ha sempre suscitato un grande interesse, per la loro storia, per il loro significato simbolico, per la tecnica usata. Il termine icona deriva dalla parola greca “eikon”, che significa “immagine” e l’iconografo è colui che dipinge icone o per essere più precisi, colui che scrive icone. Possiamo dire che l’icona è un’arte teologica, perchè annuncia attraverso i colori ciò che la Sacra Scrittura annuncia con la parola: “l’immagine visibile del Dio invisibile” (Col 1,15). L’icona, dicono i greci, è “deuteròtypos toù prototypoù”, cioè “riflesso della realtà di Dio”, perchè essa dà all’immagine una nuova dimensione, quella trascendente, in quanto supera la forma della nostra realtà per far presente la realtà di Dio. “Signore agli artisti tu affidi la missione di rivelare lo splendore del Tuo Volto. Fa che le loro opere portino all’umanità un messaggio di pace e di speranza”. E con questo spirito missionario l’iconografa del monastero grottagliese offre al popolo cristiano la possibilità di riflettere sull’esperienza di fede di Santa Chiara e delle prime sei sante clarisse: Santa Giacinta, Santa Agnese,  Santa Coletta, Santa Caterina, Santa Eustochia e Santa Isabella. Nella presentazione dell’opera le stesse suore dicono che l’icona di Santa Chiara, non vuole rappresentare semplicemente la sua fisionomia o un momento particolare della sua vita, ma vuole essere l’immagine di Dio per il nostro tempo. La figura umana viene perciò trasformata e raffigurata in modo da esprimere, attraverso ogni particolare, il concetto di trasfigurazione. Il volto è il centro dell’icona. Domina tutto, perché è il luogo della Presenza dello Spirito di Dio, l’espressione della vita interiore. Santa Chiara vi è rappresentata in atteggiamento di custode, di protettrice che, sapendo di essere esaudita dal Suo Signore, si offre come sostegno e guida sicura per le Sorelle e per la sua Città, affinché siano difese e protette da Dio stesso. Le sei sante, rappresentate sotto l’abbraccio protettore di Chiara, sono le prime sante dell’Ordine e ne rappresentano la storia e i doni che Dio ha elargito alla Chiesa. Anche i colori dell’icona hanno un alto valore simbolico e  svolgono un ruolo fondamentale nella rappresentazione. Quelli che caratterizzano questa icona sono: l’oro: pura luce, simbolo della presenza del Divino; il blu: simbolo del mistero della vita Divina e della Dimora di Dio, che rappresenta la trasparenza dell’acqua, dell’aria del cielo e simboleggia la fede; il bianco: la luce dell’eterno; il marrone: segno della povertà e della rinuncia alle gioie della terra; il verde: la vita della vegetazione e, pertanto, simboleggia la crescita e la fertilità, la rigenerazione dello spirito e la sua primavera; il giallo: appartiene alla sfera della luce ed è il suo riflesso; il rosso: l’energia divina, l’amore dello Spirito, simbolo del sangue, con il duplice significato di principio della vita e, nello stesso tempo, di martirio e sacrificio; il bruno: tutto ciò che è terreste e riflette l’intensità della materia. Attraverso la bellezza di quest’opera le amate suore clarisse grottagliesi continuano la loro opera di evangelizzazione e di annuncio della Presenza Divina, una finestra sul mistero, capace di donare un significato, di dare una risposta esauriente ai bisogni più profondi dell’uomo e alle sue angosciose domande. L’icona è conservata nel convento annesso alla chiesa, costruita nel 1600 e un tempo intitolata a San Gerolamo come il convento, quale segno di riconoscenza verso Gerolamo Sanarica, nobile e benemerito grottagliese che volle erigere il monastero di clausura e chiesa per accogliere quelle giovani dell’aristocrazia locale sull’esempio di santa Chiara.

Icona di  “Santa Chiara e delle prime sante dell’ordine”   – Note Biografiche delle sante rappresentate nell’icona

Sancta Chiara d’Assisi (Festa liturgica 11 agosto) – S. Chiara nacque ad Assisi nel 1193 da nobile e ricca famiglia. Era ancora bambina quando in città scoppiò una guerra civile tra i nobili e la nascente borghesia e fu costretta a rifugiarsi a Perugia per rimanervi fino alla giovinezza. Tornata ad Assisi, avvertendo nel cuore i primi segni della chiamata di Dio, rifiutò ogni proposta di matrimonio e si dedicò alla preghiera e alla sollecitudine verso i più poveri. Sentendo parlare di Frate Francesco,  già seguace di Cristo povero nella nuova via evangelica che stava tracciando, volle incontrarlo e scoprì di avere nel cuore la stessa vocazione. La notte della domenica della Palme del 1211 fuggì da casa per raggiungere Francesco e i suoi frati alla Porziuncola. Qui si consacrò al Signore, rinunciando alla sua famiglia, alla sua elevata condizione sociale e a tutti i suoi beni. Dopo una breve permanenza presso le Benedettine di Bastia e poi in un altro luogo, per volontà di Francesco, si stabilì a San Damiano, raggiunta ben presto dalla sorella Agnese e da altre giovani. Qui trascorse i giorni nella preghiera e nel lavoro, nella povertà e nella gioiosa vita fraterna. Nacque così la famiglia della “Sorelle Povere” che in poco tempo si diffuse in molti paesi d’Europa. La sua libera scelta di una vita da reclusa, fatta di silenzio, di lavoro svolto con devozione e  di preghiera dimostra, la priorità che Chiara dava a Dio e il sui impegno affinché nulla la distogliesse da Gesù Cristo Povero e Crocifisso. Era una guida sicura per tutte le sorelle: per quelle presenti e per quelle che sarebbero venute. Premurosa nel condurle sulle orme di Cristo alla perfezione del Santo Vangelo, si dedicava alla loro vita, le formava al rispetto reciproco, alla comunione fraterna, alla carità vicendevole, al servizio. Condizioni necessarie per un’autentica vita contemplativa. Da grande contemplativa le aiutava a penetrare il mistero del Dio Trinitario.  L’oggetto della sua contemplazione era il Gesù povero della mangiatoia, mentre il Gesù sofferente e umiliato della Croce era lo specchio in cui si specchiava ogni giorno e, ancora oggi, invita ciascuna di noi a fare lo stesso.  Pur restando chiusa per 42 anni non perse il contatto col mondo esterno; il chiostro le limitava il corpo ma non l’anima; le sue parole correvano leggere al di là delle mura, il profumo delle sue virtù e della sua santa vita si diffondeva nella Chiesa e nel mondo intero.  L’11 agosto del 1253 compì il suo beato transito sussurrando alla sua anima: “Va’ sicura perché hai buona scorta nel tuo viaggio…, e Benedetto sei tu Signore che mi hai creata…”. Dopo due anni venne proclamata Santa.

Sancta Zacintha (Festa liturgica 30 gennaio) Santa Giacinta nacque nel 1585, nel castello di Vignanello a Viterbo, con il nome di Clarice. Figlia del principe Marcantonio Marescotti, Clarice era nobile e bella e sognava un matrimonio degno del suo casato. I genitori, però, preferirono sistemare per prima la sorella minore Ortensia, con grande delusione di Clarice che reagì rendendo la vita impossibile a genitori e parenti. Nel 1605 il padre la costrinse, contro la sua volontà, ad entrare nel monastero delle clarisse a Viterbo , dove già si trovava sua sorella Ginevra, prendendo il nome di Giacinta. Dopo anni di vanità, insoddisfazione e indifferenza, Giacinta che aveva ormai 30 anni, si ammalò. Scossa dalle parole del confessore,  comprese quanto inutile fosse vivere di rancore e repentinamente decise di cambiare. Chiese perdono alle consorelle, si privò del superfluo, si sottopose a severe penitenze; nella sua cella ormai, l’unico ornamento era una grande croce che le ricordava che “Gesù, il suo amore era stato crocifisso”. Visse per 24 anni in totale povertà e tutti quelli che incontrò avvertirono quanto la sua vita fosse cambiata e quanto si fosse realizzata con totalità inspiegabile,  facendola diventare maestra di fede capace di stimolare tutti all’amore e all’Adorazione Eucaristica.  Morì a Viterbo il 30 gennaio del 1640.

Sancta Agnese d’Assisi (Festa liturgica 19 novembre) Santa Agnese nacque tra il 1197 e il 1198. Sorella minore di santa Chiara e tra le sue primissime discepole, aveva circa quindici anni quando fuggì di casa nonostante la tenace opposizione dei parenti, per unirsi alla sorella nel monastero di san Damiano che san Francesco aveva designato come casa del Secondo Ordine. Troppo forte era, dunque, il fascino del rinnovamento spirituale che da Assisi stava iniziando a diffondersi in tutto il mondo. Agnese fu la più fedele seguace della sorella Chiara e visse sempre all’ombra luminosa di lei, assoggettandosi docilmente al suo dolce comando, restando sempre umile, obbediente, affettuosa e innamorata di Cristo povero e crocifisso. Proprio Agnese fu scelta nel 1219 dalla sorella Chiara per fondare il secondo monastero delle clarisse, quello di Monticelli a Firenze, e qui visse in estrema povertà fino al 1253. Introdusse la regola delle sorelle povere anche nei monasteri di Mantova e Venezia. Agnese fu badessa, inflessibile verso se stessa, nutrendosi di pane e acqua e vestendo un rude cilicio, ma affettuosa con le sorelle e caritatevole verso il prossimo, il più povero. Quando, già ormai malata, per suo desiderio ritornò a san Damiano, assistette la sorella Chiara morente. Qui morì anche lei nel 1253.

Sancta Coletta (Festa liturgica 7 febbraio) Santa Coletta nacque il 13 gennaio del 1381 a Corbie in Francia, con il nome Nicoletta, in onore di san Nicola di Bari, alla cui intercessione si affidarono il padre Roberto Boylet carpentiere, e la madre Caterina, quando ormai non speravano più di avere figli. Coletta a 18 anni, ormai orfana, intraprese la sua complicata esperienza religiosa. Cambiò di continuo monasteri: dalle beghine, alle benedettine, poi come terziaria, fino a vivere, per diversi anni, come eremita. Nel 1406 abbracciò la vita delle clarisse a Nizza dove ricette i voti dal papa Benedetto XIII che l’autorizzò a riformare il monastero e a fondarne altri. Per alcuni anni, vide fallire i suoi sforzi di riforma; solo nel 1410 ebbe il suo primo monastero rinnovato a Besanςon, seguito poi da altri 16 monasteri, tra cui alcuni maschili. Coletta fu nota per la sua straordinaria volontà nel rispettare la regola originale dell’ordine delle clarisse: austerità soprattutto, povertà, vita di preghiera personale e comunitaria e molta penitenza per l’unità della Chiesa. Fondò 17 nuovi monasteri, le cui religiose si chiamano “le colette” e da allora continuano a vivere sulla linea da lei tracciata. Coletta morì a Gand, nelle fiandre, nel 1447.

Sancta Catharina da Bologna (Festa liturgica 9 maggio) Santa Caterina nacque a Bologna l’8 settembre del 1413. Il padre, Giovanni de’ Vigri, stimato giurista, entrò al servizio nella corte di Nicolò III d’Este, così, quando Caterina aveva 9 anni la famiglia si trasferì a Ferrara. Qui venne educata e divenne dama di corte. Caterina si appassionò di musica, di pittura e di poesia, ma stanca e disgustata dalle continue violenze perpetrate alla vita di corte, sentì germogliare in lei la vocazione alla vita consacrata, accanto al desiderio di cercare, conoscere, amare e servire Dio. Tutto finì, quando, a soli 14 anni morì il padre. La madre si risposò tornando a vivere a Bologna. Giovanissima e in cerca di pace, Caterina entrò in una comunità fondata dalla gentildonna Lucia Mascheroni. Ben presto questo rifugio divenne luogo di sofferenza e travaglio, per una crisi interiore, “la notte dello Spirito”, che durò cinque anni. Ritornata a Ferrara, entrò tra le clarisse, nel monastero  del Corpus Domini. Qui la damina si fece lavandaia, cucitrice, fornaia, dedicandosi ai lavori più umili e faticosi. Caterina non perse tempo: pregava e lavorava, dipingeva, scriveva versi in italiano e in latino, insegnava preghiere nuove, canti nuovi. Con lei il monastero si fece mondo di “preghiera e gioia, silenzio e gioia, fatica e gioia” e divenne famoso, tanto che la gente ne volle uno così anche a Bologna, dove andò a fondarlo appunto Caterina, come badessa, nel 1456, portando con sé la madre, rimasta vedova, e sedici clarisse di Ferrara. Grande mistica, con un temperamento vivace e artistico, ebbe apparizioni e rivelazioni e visse con gioia l’imitazione di Cristo crocifisso, la contemplazione del Bambino di Betlemme e l’amore all’Eucaristia. Intorno a lei si formò un clima di continuo miracolo grazie al suo straordinario dono di trasformare la penitenza in gioia, l’obbedienza in scelta e alla sua capacità di convincere che la perfezione è per tutti, alla portata di chiunque la voglia. Morì il 9 marzo del 1463 e il suo corpo non venne sepolto ma si trova tuttora collocato su un seggio, come quello di persona viva, in una cella accanto alla chiesa di Bologna.

Sancta Eustochia (Festa liturgica 19 gennaio) Santa Eustochia nacque il  25 marzo del 1434 a Messina con il nome di Smeralda. La madre, un’autentica cristiana, si lasciò conquistare dallo spirito francescano facendosi terziaria e riuscì a trasmettere l’amore di Francesco e Chiara anche alla figlia. A Smeralda, non mancarono i pretendenti fino ad avere due fidanzati che morirono precocemente. Questa realtà di sofferenza la fece meditare sulla brevità della vita e sulla necessità di usare bene il tempo. Così ad appena 14 anni rifiutò ogni proposta di matrimonio e decise di consacrarsi a Dio. Litigò con il padre e cercò di scappare da casa, ma dovette attendere fino all’età sedici anni per entrare tra le clarisse di santa Maria di Basicò dove pronunciò i voti e prese il nome di Eustochia. Purtroppo quello che a lei sembrava essere il paradiso in terra si rivelò completamente diverso da come lo aveva immaginato: la vita spirituale rilassata, dispense e favoritismi, penitenze ammorbidite per venire incontro alle esigenze delle ragazze di buona famiglia. Eustochia si oppose a questo stile di vita e invocò un ritorno alla Regola originaria di santa Chiara, dando lei per prima l’esempio di una vita austera, penitente, intessuta di preghiera e di servizio alle sorelle anziane o ammalate. Ma la fatica e l’incomprensione incontrate dalla badessa e dalle consorelle, la portò a fondare nel 1465 un monastero a Montevergine a Messina, seguita da sua madre e sua sorella e da poche fedelissime. Anche qui incontrò incomprensioni da parte dei Frati Minori osservanti che rifiutarono l’aiuto spirituale, malgrado ciò il suo monastero si consolidò secondo il genuino spirito della povertà francescana, si ingrandì, e lei lo guidò con la saggezza e la spiritualità propria dei santi: con il pensiero sempre rivolta al Signore, con devozione alla Passione di Gesù, aspirando a sentire in sé tutte le amarezze di Cristo. La sua vita fu intessuta di sofferenze interiori ed esteriori, di austere penitenze e di attaccamento appassionato alla croce. Lo spirito della vita religiosa del monastero di Montevergine cominciò a divulgarsi in tutta la regione facendo conoscere la vita di santa Chiara fino ad allora sconosciuta e portando un rinnovamento spirituale nell’Italia del sud. Eustochia morì il 20 gennaio del 1485.

Sancta Isabella (Festa liturgica 4 luglio) Santa Elisabetta nacque ad Aragona in Spagna con il nome di Isabella nel 1271. Figlia del re di Spagna Pietro III, a soli 12 anni venne data in sposa a Dionigi, re del Portogallo, da cui ebbe due figli. Fu un matrimonio travagliato segnato da offese continue e dalle infedeltà del marito, ma in esso Elisabetta seppe dare una testimonianza cristiana che la portò alla santità. Moglie fedelissima, madre dedita di Alfonso e Costanza,  si prese molta cura anche dei figli che il marito aveva messo al mondo con altre donne. Da grande Regina, estese la sua opera di carità all’esterno, curando i sofferenti di malattie incurabili di Lisbona. L’infedele Dionigi avvertì la superiorità morale della moglie tant’è che, quando il figlio Alfonso gli si ribellò fu solo l’autorità di Elisabetta a evitare lo scontro armato tra padre e figlio. Dionigi e l’intera corte regale accusarono Elisabetta di parteggiare con il figlio fino ad allontanarla dalla reggia. Ma presto il marito la richiamò vicino a sé, bisognoso del suo consiglio. Lei, serenamente, riprese il suo posto accanto al re consigliandolo e curandolo fino a quando, nel 1325, morì a seguito di una grave malattia. Quando salì al trono suo figlio Alfonso IV, Elisabetta rinunciò ad essere la madre regina a Lisbona e si consacrò al Signore con l’abito di terziaria francescana, vivendo di penitenza. In questi anni fondò, a Coimbra, un monastero di clarisse in cui venne accolta condividendone la vita senza però pronunciare i voti, sarebbe stata la sua casa per sempre. Ma Elisabetta dovette uscirne una volta, perché c’era nuovamente bisogno di lei: doveva riconciliare suo figlio Alfonso IV con il re Ferdinando di Castiglia. Il fisico di Elisabetta ormai indebolito dalle dure penitenze e dal viaggio in piena estate, troppo faticoso per lei, riuscì ad incontrare suo figlio Alfonso IV ad Estremoz, ma non riuscì più ad andare avanti: la stanchezza e le febbri le troncarono la vita non prima, però, di essere riuscita a pronunciare i voti. Era il 4 luglio del 1336. Il suo corpo venne riportato a Coimbra nel monastero delle clarisse dove venne sepolta. Santa Elisabetta dai suoi contemporanei fu paragonata ad un “Angelo della pace” e invocata come protettrice in caso di guerra.

A presto!

Un amore nato a Grottaglie!

Una storia vera raccontata in un breve video in omaggio ai nonni di lei nati a Grottaglie e residente in Germania da oltre  50 anni, che hanno desiderato condividere con grottagliesitablog quanto avvenuto alla propria nipote.

 

Perché tutto questo deve finire?

Grazie al più illustre dei grottagliesi, San Francesco de Geronimo, tanti padri gesuiti hanno svolto a Grottaglie un’attivita di apostolato di rilievo, realizzando con la generosità di tanti devoti e cittadini di Grottaglie, opere importanti quali: Santuario con annessa casa e Centro Monticello. Insieme ai gesuiti i grottagliesi presero un impegno a tutelare il corpo del santo e continuare il lavoro di apostolato nel tempo. Perché tutto questo deve finire con la partenza dei padri da Grottaglie? Nuove formule di apostolato suggerite da Papa Francesco sono in atto. Anche la chiesa locale desidera la loro presenza. Allora mettiamo fine a questo incubo che sta logorando tanti laici collaboratori dei gesuiti, devoti, credenti e popolo Grottagliese.

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