Video del giorno

13879286_686623848151246_6323858440281382821_nPer il terzo centenario della morte di S. Francesco de Geronimo, iniziato il 21 marzo 2015 con la visita di Papa Francesco al Gesù Nuovo di Napoli per incontrare gli ammalati di quella città, nella Diocesi di Taranto e nella Città di Grottaglie sono state programmate moltissime celebrazioni, rievocazioni e rappresentazioni. Dopo l’apertura ufficiale del Terzo Centenario (11 maggio 2016) con la solenne concelebrazione dell’arcivescovo di Taranto Mons. Filippo Santoro, alla presenza di una notevole folla di fedeli e devoti, di tanti sacerdoti convenuti anche dai centri vicini, davanti all’urna con le spoglie del Santo (portata per la circostanza dal suo Santuario ed esposta alla venerazione dei fedeli) e il primo ciclo di conferenze nell’antica Chiesa Matrice del 1300, al Gesù Nuovo di Napoli e nel Museo Diocesano, anticamente Seminario, di Taranto, Alfredo Traversa, noto attore e regista grottagliese, fondatore del Teatro della Fede, ha portato in scena l’Opera Evento “Lu cuntu – Il Restauratore Sociale”. Ora è la volta di Grottaglie. Grazie alla disponibilità dei Padri Gesuiti la rappresentazione avverrà all’aperto nella Pineta San Francesco del Centro Monticello, Sabato 20 e Domenica 21 agosto 2016. Tutti i grottagliesi e devoti del Santo sono invitati!

 

Collegamento al sito “Grottagliesità Enciclopedica”

Grottagliesità Enciclopedica

“Grottagliesità Enciclopedica” è il sito di complemento a grottagliesitablog dove sono previste diverse sezioni funzionali di interesse, in corso di caricamento dati, quali: DIZIONARIO MULTIMEDIALE Grottagliese / Italiano – GALLERIA IMMAGINI – RACCOLTA DOCUMENTI – NOTIZIE STORICHE – CURIOSITA’ – NEWS. 

IL COLLEGAMENTO A *GROTTAGLIESITA’ ENCICLOPEDICA* NON E’ AL MOMENTO DISPONIBILE PER LAVORI DI AGGIORNAMENTI AL PROGRAMMA OPERATIVO. 

1° Mostra d’Arte “Popoli e Civiltà” – Video storico di F. De Vincentis con articolo della Rivista dei Padri Gesuiti “Tornate a Cristo” n. 3 del 1965.

A supporto del meraviglioso documento storico in “video” della 1° Mostra d’Arte “Popoli e Civiltà” pubblicato da Francesco De Vincentis allego un altro documento storico “cartaceo” della Rivista dei Padri Gesuiti “TORNATE A CRISTO” n. 3 del 1965 dove è ben descritta la cronaca di quella mostra d’arte con foto e nomi dei partecipanti. Ringrazio il superiore P. Florio Quercia per l’accesso alla raccolta storica della rivista facente parte dell’archivio della Biblioteca Centro Monticello. 

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      A presto!  Cosimo Luccarelli

Banner commemorativi per il 3° centenario della morte di S. Francesco de Geronimo.

Da oggi in piazza Regina Margherita e sulla facciata del Santuario sono stati montati gli banner (striscioni) commemorativi del 3° centenario della morte di S. Francesco de Geronimo iniziato il 21 marzo 2015 con la visita di Papa Francesco al Gesù Nuovo di Napoli per incontrare gli ammalati di quella città. Nella Diocesi di Taranto e nella Città di Grottaglie sono state programmate moltissime celebrazioni, rievocazioni e rappresentazioni nel periodo maggio 2016 – 2017. L’apertura ufficiale del Terzo Centenario è avvenuta  l’11 maggio 2016 con la solenne concelebrazione dell’arcivescovo di Taranto Mons. Filippo Santoro, alla presenza di una notevole folla di fedeli e devoti e di tanti sacerdoti convenuti anche dai centri vicini, davanti all’urna con le spoglie del Santo (portata per la circostanza dal suo Santuario ed esposta alla venerazione dei fedeli). Nei giorni 18-25-30 giugno in Chiesa Madre sono stati svolti un ciclo di conferenze sulla vita del santo e sulla devozione. Il Teatro della Fede dopo Napoli e Taranto rappresenterà a Grottaglie il 20 e 21 agosto l’opera “Lu Cuntu” nella pineta del Monticello. Inoltre sono già in vendita alcune pubblicazioni  da parte di autori grottagliesi di elevato valore storico sulla vita del santo padri gesuiti. Infine dal mese di agosto sono state riaperte al pubblico le stanze della casa del santo, annessa al santuario, con cimeli-parti di abiti-documenti vari usati in vita dal patrono della città di Grottaglie.

IMG_7958IMG_7969DSCN0738DSCN0716 A presto!

 

«Mu fattu lu vatàgnu ti Maria Perna». Un antico detto popolare tramandato di generazione in generazione, legato alla storia di Maria d’Enghien de Brienne, contessa di Lecce.

Maria d'Enghien de Brienne

Chissà quanti di noi, in famiglia o nei discorsi di strada, avranno sentito dalla voce degli anziani frasi strane e incomprensibili in particolari momenti o atteggiamenti. Tra questi il detto: “mu fattu lu vatàgnu ti Maria Perna!” – Traduzione: «Abbiamo fatto il guadagno di Maria Perna». Lo sapete? Lo ricordate? Ma cosa vuol significare? Un modo di dire che fa riferimento a una persona che volendo trarre un grande vantaggio personale da una determinata situazione, si procura invece involontariamente un grave danno morale, sociale ed economico. Un detto che fa riferimento alla triste sventura accaduta alla contessa di Lecce Maria d’Enghien de Brienne, chiamata a Napoli “Maria Vrenna”, a Taranto “Maria Prena” e a Grottaglie “Maria Perna”. Accadde questo! «Maria d’Enghien de Brienne, nipote di Isabella di Brienne, nacque da Giovanni d’Enghien, conte di Lecce, e da Sancia (Bianca) Del Balzo dei duchi d’Andria. Nel 1384, a soli 17 anni, a causa della morte del fratello Pietro, divenne Contessa di Lecce. Nei contrasti che sconvolgevano il Regno di Napoli, Maria decise di schierarsi contro il re Carlo III d’Angiò Durazzo, dalla parte di Luigi I d’Angiò, Re di Francia. Quest’ultimo volle darla in sposa ad un suo fidato alleato. Fu così che nel 1385 sposò Raimondo Orsini Del Balzo, anche conosciuto come Raimondello, conte di Soleto e Principe di Taranto. Le proprietà dei due sposi, grazie soprattutto ai territori che la contessa portò in dote, arrivarono a comprendere le attuali province di Taranto, Brindisi e Lecce, unificando l’intero Salento in uno dei feudi più grandi e importanti d’Italia. La coppia ebbe quattro figli: Maria, Caterina, Giovanni Antonio e Gabriele. Raimondello morì nel 1406 durante l’assedio di Taranto da parte di Ladislao di Durazzo. Maria d’Enghien rimasta vedova nel 1406, subì a Taranto l’assedio posto dal re di Napoli Ladislao I d’Angiò, detto il Magnanimo. Maria guidò la resistenza della città ma dopo alcuni mesi accettò la proposta della diplomazia nemica e sposò Ladislao nel 1407 nella cappella di San Leonardo del castello aragonese di Taranto. Nonostante i suoi alleati le consigliassero di rifiutare il matrimonio, data la precoce e misteriosa morte delle precedenti mogli di Ladislao, Maria rispose “non me ne curo, ché se moro, moro da regina”. Avvenute le nozze si recò quindi, da regina, a Napoli. Qui, nonostante fu ben accolta dalla cittadinanza, non ebbe rapporti sereni con il marito e fu costretta a convivere con le numerose amanti di lui. Morto Ladislao nel 1414, il regno passò alla cognata Giovanna II, a lei avversa, che arrivò crudelmente ad imprigionarla. Liberata successivamente da Giacomo della Marca, nel 1415, tornò in possesso della contea di Lecce ed ottenne nel 1420 il principato di Taranto per il figlio Giovanni Antonio». Da quel triste evento il famoso detto «mu fattu lu vatàgnu ti Maria Perna!» tramandato di generazione in generazione, divenne detto popolare.  Cosimo Luccarelli

Nel giorno della memoria di Santa Chiara, fondatrice della famiglia delle sorelle claustrali, ripresento alla comunità grottagliese la bellissima icona di “SANTA CHIARA E DELLE PRIME SANTE DELL’ORDINE”, realizzata a suo tempo da suor Piepaola Nistri, oggi Badessa del monastero di Grottaglie.

La collezione iconografica sacra del Monastero clariano grottagliese, formata da tantissime opere prodotte da suor Pierpaola Nistri all’interno dello stesso convento, si arricchisce di una nuova opera di pregevole valore artistico e di testimonianza cristiana. L’icona sacra ha sempre suscitato un grande interesse, per la loro storia, per il loro significato simbolico, per la tecnica usata. Il termine icona deriva dalla parola greca “eikon”, che significa “immagine” e l’iconografo è colui che dipinge icone o per essere più precisi, colui che scrive icone. Possiamo dire che l’icona è un’arte teologica, perchè annuncia attraverso i colori ciò che la Sacra Scrittura annuncia con la parola: “l’immagine visibile del Dio invisibile” (Col 1,15). L’icona, dicono i greci, è “deuteròtypos toù prototypoù”, cioè “riflesso della realtà di Dio”, perchè essa dà all’immagine una nuova dimensione, quella trascendente, in quanto supera la forma della nostra realtà per far presente la realtà di Dio. “Signore agli artisti tu affidi la missione di rivelare lo splendore del Tuo Volto. Fa che le loro opere portino all’umanità un messaggio di pace e di speranza”. E con questo spirito missionario l’iconografa del monastero grottagliese offre al popolo cristiano la possibilità di riflettere sull’esperienza di fede di Santa Chiara e delle prime sei sante clarisse: Santa Giacinta, Santa Agnese,  Santa Coletta, Santa Caterina, Santa Eustochia e Santa Isabella. Nella presentazione dell’opera le stesse suore dicono che l’icona di Santa Chiara, non vuole rappresentare semplicemente la sua fisionomia o un momento particolare della sua vita, ma vuole essere l’immagine di Dio per il nostro tempo. La figura umana viene perciò trasformata e raffigurata in modo da esprimere, attraverso ogni particolare, il concetto di trasfigurazione. Il volto è il centro dell’icona. Domina tutto, perché è il luogo della Presenza dello Spirito di Dio, l’espressione della vita interiore. Santa Chiara vi è rappresentata in atteggiamento di custode, di protettrice che, sapendo di essere esaudita dal Suo Signore, si offre come sostegno e guida sicura per le Sorelle e per la sua Città, affinché siano difese e protette da Dio stesso. Le sei sante, rappresentate sotto l’abbraccio protettore di Chiara, sono le prime sante dell’Ordine e ne rappresentano la storia e i doni che Dio ha elargito alla Chiesa. Anche i colori dell’icona hanno un alto valore simbolico e  svolgono un ruolo fondamentale nella rappresentazione. Quelli che caratterizzano questa icona sono: l’oro: pura luce, simbolo della presenza del Divino; il blu: simbolo del mistero della vita Divina e della Dimora di Dio, che rappresenta la trasparenza dell’acqua, dell’aria del cielo e simboleggia la fede; il bianco: la luce dell’eterno; il marrone: segno della povertà e della rinuncia alle gioie della terra; il verde: la vita della vegetazione e, pertanto, simboleggia la crescita e la fertilità, la rigenerazione dello spirito e la sua primavera; il giallo: appartiene alla sfera della luce ed è il suo riflesso; il rosso: l’energia divina, l’amore dello Spirito, simbolo del sangue, con il duplice significato di principio della vita e, nello stesso tempo, di martirio e sacrificio; il bruno: tutto ciò che è terreste e riflette l’intensità della materia. Attraverso la bellezza di quest’opera le amate suore clarisse grottagliesi continuano la loro opera di evangelizzazione e di annuncio della Presenza Divina, una finestra sul mistero, capace di donare un significato, di dare una risposta esauriente ai bisogni più profondi dell’uomo e alle sue angosciose domande. L’icona è conservata nel convento annesso alla chiesa, costruita nel 1600 e un tempo intitolata a San Gerolamo come il convento, quale segno di riconoscenza verso Gerolamo Sanarica, nobile e benemerito grottagliese che volle erigere il monastero di clausura e chiesa per accogliere quelle giovani dell’aristocrazia locale sull’esempio di santa Chiara.

Icona di  “Santa Chiara e delle prime sante dell’ordine”   – Note Biografiche delle sante rappresentate nell’icona

Sancta Chiara d’Assisi (Festa liturgica 11 agosto) – S. Chiara nacque ad Assisi nel 1193 da nobile e ricca famiglia. Era ancora bambina quando in città scoppiò una guerra civile tra i nobili e la nascente borghesia e fu costretta a rifugiarsi a Perugia per rimanervi fino alla giovinezza. Tornata ad Assisi, avvertendo nel cuore i primi segni della chiamata di Dio, rifiutò ogni proposta di matrimonio e si dedicò alla preghiera e alla sollecitudine verso i più poveri. Sentendo parlare di Frate Francesco,  già seguace di Cristo povero nella nuova via evangelica che stava tracciando, volle incontrarlo e scoprì di avere nel cuore la stessa vocazione. La notte della domenica della Palme del 1211 fuggì da casa per raggiungere Francesco e i suoi frati alla Porziuncola. Qui si consacrò al Signore, rinunciando alla sua famiglia, alla sua elevata condizione sociale e a tutti i suoi beni. Dopo una breve permanenza presso le Benedettine di Bastia e poi in un altro luogo, per volontà di Francesco, si stabilì a San Damiano, raggiunta ben presto dalla sorella Agnese e da altre giovani. Qui trascorse i giorni nella preghiera e nel lavoro, nella povertà e nella gioiosa vita fraterna. Nacque così la famiglia della “Sorelle Povere” che in poco tempo si diffuse in molti paesi d’Europa. La sua libera scelta di una vita da reclusa, fatta di silenzio, di lavoro svolto con devozione e  di preghiera dimostra, la priorità che Chiara dava a Dio e il sui impegno affinché nulla la distogliesse da Gesù Cristo Povero e Crocifisso. Era una guida sicura per tutte le sorelle: per quelle presenti e per quelle che sarebbero venute. Premurosa nel condurle sulle orme di Cristo alla perfezione del Santo Vangelo, si dedicava alla loro vita, le formava al rispetto reciproco, alla comunione fraterna, alla carità vicendevole, al servizio. Condizioni necessarie per un’autentica vita contemplativa. Da grande contemplativa le aiutava a penetrare il mistero del Dio Trinitario.  L’oggetto della sua contemplazione era il Gesù povero della mangiatoia, mentre il Gesù sofferente e umiliato della Croce era lo specchio in cui si specchiava ogni giorno e, ancora oggi, invita ciascuna di noi a fare lo stesso.  Pur restando chiusa per 42 anni non perse il contatto col mondo esterno; il chiostro le limitava il corpo ma non l’anima; le sue parole correvano leggere al di là delle mura, il profumo delle sue virtù e della sua santa vita si diffondeva nella Chiesa e nel mondo intero.  L’11 agosto del 1253 compì il suo beato transito sussurrando alla sua anima: “Va’ sicura perché hai buona scorta nel tuo viaggio…, e Benedetto sei tu Signore che mi hai creata…”. Dopo due anni venne proclamata Santa.

Sancta Zacintha (Festa liturgica 30 gennaio) Santa Giacinta nacque nel 1585, nel castello di Vignanello a Viterbo, con il nome di Clarice. Figlia del principe Marcantonio Marescotti, Clarice era nobile e bella e sognava un matrimonio degno del suo casato. I genitori, però, preferirono sistemare per prima la sorella minore Ortensia, con grande delusione di Clarice che reagì rendendo la vita impossibile a genitori e parenti. Nel 1605 il padre la costrinse, contro la sua volontà, ad entrare nel monastero delle clarisse a Viterbo , dove già si trovava sua sorella Ginevra, prendendo il nome di Giacinta. Dopo anni di vanità, insoddisfazione e indifferenza, Giacinta che aveva ormai 30 anni, si ammalò. Scossa dalle parole del confessore,  comprese quanto inutile fosse vivere di rancore e repentinamente decise di cambiare. Chiese perdono alle consorelle, si privò del superfluo, si sottopose a severe penitenze; nella sua cella ormai, l’unico ornamento era una grande croce che le ricordava che “Gesù, il suo amore era stato crocifisso”. Visse per 24 anni in totale povertà e tutti quelli che incontrò avvertirono quanto la sua vita fosse cambiata e quanto si fosse realizzata con totalità inspiegabile,  facendola diventare maestra di fede capace di stimolare tutti all’amore e all’Adorazione Eucaristica.  Morì a Viterbo il 30 gennaio del 1640.

Sancta Agnese d’Assisi (Festa liturgica 19 novembre) Santa Agnese nacque tra il 1197 e il 1198. Sorella minore di santa Chiara e tra le sue primissime discepole, aveva circa quindici anni quando fuggì di casa nonostante la tenace opposizione dei parenti, per unirsi alla sorella nel monastero di san Damiano che san Francesco aveva designato come casa del Secondo Ordine. Troppo forte era, dunque, il fascino del rinnovamento spirituale che da Assisi stava iniziando a diffondersi in tutto il mondo. Agnese fu la più fedele seguace della sorella Chiara e visse sempre all’ombra luminosa di lei, assoggettandosi docilmente al suo dolce comando, restando sempre umile, obbediente, affettuosa e innamorata di Cristo povero e crocifisso. Proprio Agnese fu scelta nel 1219 dalla sorella Chiara per fondare il secondo monastero delle clarisse, quello di Monticelli a Firenze, e qui visse in estrema povertà fino al 1253. Introdusse la regola delle sorelle povere anche nei monasteri di Mantova e Venezia. Agnese fu badessa, inflessibile verso se stessa, nutrendosi di pane e acqua e vestendo un rude cilicio, ma affettuosa con le sorelle e caritatevole verso il prossimo, il più povero. Quando, già ormai malata, per suo desiderio ritornò a san Damiano, assistette la sorella Chiara morente. Qui morì anche lei nel 1253.

Sancta Coletta (Festa liturgica 7 febbraio) Santa Coletta nacque il 13 gennaio del 1381 a Corbie in Francia, con il nome Nicoletta, in onore di san Nicola di Bari, alla cui intercessione si affidarono il padre Roberto Boylet carpentiere, e la madre Caterina, quando ormai non speravano più di avere figli. Coletta a 18 anni, ormai orfana, intraprese la sua complicata esperienza religiosa. Cambiò di continuo monasteri: dalle beghine, alle benedettine, poi come terziaria, fino a vivere, per diversi anni, come eremita. Nel 1406 abbracciò la vita delle clarisse a Nizza dove ricette i voti dal papa Benedetto XIII che l’autorizzò a riformare il monastero e a fondarne altri. Per alcuni anni, vide fallire i suoi sforzi di riforma; solo nel 1410 ebbe il suo primo monastero rinnovato a Besanςon, seguito poi da altri 16 monasteri, tra cui alcuni maschili. Coletta fu nota per la sua straordinaria volontà nel rispettare la regola originale dell’ordine delle clarisse: austerità soprattutto, povertà, vita di preghiera personale e comunitaria e molta penitenza per l’unità della Chiesa. Fondò 17 nuovi monasteri, le cui religiose si chiamano “le colette” e da allora continuano a vivere sulla linea da lei tracciata. Coletta morì a Gand, nelle fiandre, nel 1447.

Sancta Catharina da Bologna (Festa liturgica 9 maggio) Santa Caterina nacque a Bologna l’8 settembre del 1413. Il padre, Giovanni de’ Vigri, stimato giurista, entrò al servizio nella corte di Nicolò III d’Este, così, quando Caterina aveva 9 anni la famiglia si trasferì a Ferrara. Qui venne educata e divenne dama di corte. Caterina si appassionò di musica, di pittura e di poesia, ma stanca e disgustata dalle continue violenze perpetrate alla vita di corte, sentì germogliare in lei la vocazione alla vita consacrata, accanto al desiderio di cercare, conoscere, amare e servire Dio. Tutto finì, quando, a soli 14 anni morì il padre. La madre si risposò tornando a vivere a Bologna. Giovanissima e in cerca di pace, Caterina entrò in una comunità fondata dalla gentildonna Lucia Mascheroni. Ben presto questo rifugio divenne luogo di sofferenza e travaglio, per una crisi interiore, “la notte dello Spirito”, che durò cinque anni. Ritornata a Ferrara, entrò tra le clarisse, nel monastero  del Corpus Domini. Qui la damina si fece lavandaia, cucitrice, fornaia, dedicandosi ai lavori più umili e faticosi. Caterina non perse tempo: pregava e lavorava, dipingeva, scriveva versi in italiano e in latino, insegnava preghiere nuove, canti nuovi. Con lei il monastero si fece mondo di “preghiera e gioia, silenzio e gioia, fatica e gioia” e divenne famoso, tanto che la gente ne volle uno così anche a Bologna, dove andò a fondarlo appunto Caterina, come badessa, nel 1456, portando con sé la madre, rimasta vedova, e sedici clarisse di Ferrara. Grande mistica, con un temperamento vivace e artistico, ebbe apparizioni e rivelazioni e visse con gioia l’imitazione di Cristo crocifisso, la contemplazione del Bambino di Betlemme e l’amore all’Eucaristia. Intorno a lei si formò un clima di continuo miracolo grazie al suo straordinario dono di trasformare la penitenza in gioia, l’obbedienza in scelta e alla sua capacità di convincere che la perfezione è per tutti, alla portata di chiunque la voglia. Morì il 9 marzo del 1463 e il suo corpo non venne sepolto ma si trova tuttora collocato su un seggio, come quello di persona viva, in una cella accanto alla chiesa di Bologna.

Sancta Eustochia (Festa liturgica 19 gennaio) Santa Eustochia nacque il  25 marzo del 1434 a Messina con il nome di Smeralda. La madre, un’autentica cristiana, si lasciò conquistare dallo spirito francescano facendosi terziaria e riuscì a trasmettere l’amore di Francesco e Chiara anche alla figlia. A Smeralda, non mancarono i pretendenti fino ad avere due fidanzati che morirono precocemente. Questa realtà di sofferenza la fece meditare sulla brevità della vita e sulla necessità di usare bene il tempo. Così ad appena 14 anni rifiutò ogni proposta di matrimonio e decise di consacrarsi a Dio. Litigò con il padre e cercò di scappare da casa, ma dovette attendere fino all’età sedici anni per entrare tra le clarisse di santa Maria di Basicò dove pronunciò i voti e prese il nome di Eustochia. Purtroppo quello che a lei sembrava essere il paradiso in terra si rivelò completamente diverso da come lo aveva immaginato: la vita spirituale rilassata, dispense e favoritismi, penitenze ammorbidite per venire incontro alle esigenze delle ragazze di buona famiglia. Eustochia si oppose a questo stile di vita e invocò un ritorno alla Regola originaria di santa Chiara, dando lei per prima l’esempio di una vita austera, penitente, intessuta di preghiera e di servizio alle sorelle anziane o ammalate. Ma la fatica e l’incomprensione incontrate dalla badessa e dalle consorelle, la portò a fondare nel 1465 un monastero a Montevergine a Messina, seguita da sua madre e sua sorella e da poche fedelissime. Anche qui incontrò incomprensioni da parte dei Frati Minori osservanti che rifiutarono l’aiuto spirituale, malgrado ciò il suo monastero si consolidò secondo il genuino spirito della povertà francescana, si ingrandì, e lei lo guidò con la saggezza e la spiritualità propria dei santi: con il pensiero sempre rivolta al Signore, con devozione alla Passione di Gesù, aspirando a sentire in sé tutte le amarezze di Cristo. La sua vita fu intessuta di sofferenze interiori ed esteriori, di austere penitenze e di attaccamento appassionato alla croce. Lo spirito della vita religiosa del monastero di Montevergine cominciò a divulgarsi in tutta la regione facendo conoscere la vita di santa Chiara fino ad allora sconosciuta e portando un rinnovamento spirituale nell’Italia del sud. Eustochia morì il 20 gennaio del 1485.

Sancta Isabella (Festa liturgica 4 luglio) Santa Elisabetta nacque ad Aragona in Spagna con il nome di Isabella nel 1271. Figlia del re di Spagna Pietro III, a soli 12 anni venne data in sposa a Dionigi, re del Portogallo, da cui ebbe due figli. Fu un matrimonio travagliato segnato da offese continue e dalle infedeltà del marito, ma in esso Elisabetta seppe dare una testimonianza cristiana che la portò alla santità. Moglie fedelissima, madre dedita di Alfonso e Costanza,  si prese molta cura anche dei figli che il marito aveva messo al mondo con altre donne. Da grande Regina, estese la sua opera di carità all’esterno, curando i sofferenti di malattie incurabili di Lisbona. L’infedele Dionigi avvertì la superiorità morale della moglie tant’è che, quando il figlio Alfonso gli si ribellò fu solo l’autorità di Elisabetta a evitare lo scontro armato tra padre e figlio. Dionigi e l’intera corte regale accusarono Elisabetta di parteggiare con il figlio fino ad allontanarla dalla reggia. Ma presto il marito la richiamò vicino a sé, bisognoso del suo consiglio. Lei, serenamente, riprese il suo posto accanto al re consigliandolo e curandolo fino a quando, nel 1325, morì a seguito di una grave malattia. Quando salì al trono suo figlio Alfonso IV, Elisabetta rinunciò ad essere la madre regina a Lisbona e si consacrò al Signore con l’abito di terziaria francescana, vivendo di penitenza. In questi anni fondò, a Coimbra, un monastero di clarisse in cui venne accolta condividendone la vita senza però pronunciare i voti, sarebbe stata la sua casa per sempre. Ma Elisabetta dovette uscirne una volta, perché c’era nuovamente bisogno di lei: doveva riconciliare suo figlio Alfonso IV con il re Ferdinando di Castiglia. Il fisico di Elisabetta ormai indebolito dalle dure penitenze e dal viaggio in piena estate, troppo faticoso per lei, riuscì ad incontrare suo figlio Alfonso IV ad Estremoz, ma non riuscì più ad andare avanti: la stanchezza e le febbri le troncarono la vita non prima, però, di essere riuscita a pronunciare i voti. Era il 4 luglio del 1336. Il suo corpo venne riportato a Coimbra nel monastero delle clarisse dove venne sepolta. Santa Elisabetta dai suoi contemporanei fu paragonata ad un “Angelo della pace” e invocata come protettrice in caso di guerra.

A presto!

“Lu cófunu” (il famoso bucato del bianco di una volta) prima dell’avvento della modernità (lavatrici, asciugatrici, detersivi e ammorbidenti).

Lu cofunu

Foto da “Salento come eravamo” blog

Anticamente il termine “Fà lu cófunu” significava fare il bucato ed era un vero e proprio avvenimento. Normalmente avveniva ogni quindici giorni e occasionalmente a settimana per motivi d’urgenza: bambini appena nati, gravi malattie, anziani in condizioni precarie. Nelle case non c’era l’acqua e quindi occorreva provvedere a fare una grande provvista dalle fontane pubbliche riempendo tutti i recipienti possibili esistenti: minzani (5), lémmrì (2), tini (4), puziniétti (6), ecc. Qualche famiglia benestante ricorreva “a ll’acqualuru”, persona che traeva la sua giornata lavorativa riempendo bidoni dalle fontane pubbliche e consegnandola a domicilio. Tutta la biancheria sporca, divisa tra bianchi e colorati, veniva messa ntlu tinu (4) e si lavava con acqua e sapone molliccio (quello ottenuto da Sali degli acidi grassi degli olii) sóbblu stricaturu (3); se qualche macchia non andava via la biancheria veniva lavata con la bbaccherina ( la varichina, ovvero soluzione in acqua di ipoclorito di sodio al 5%) quella di colore gialla dall’odore forte e penetrante. A questo punto si sistemava la cràsta ti cófunu (1) sopra uno scanno di ferro o una sedia ben solida per sorreggere il peso. All’interno, sul fondo, veniva messo un piatto di creta rustico o coccio vicino a llu pizzariéddu (1a) beccuccio, in modo che l’acqua potesse defluire più facilmente verso l’esterno. In direzione tlu pizzariéddu (1a) all’esterno della cràsta veniva messo a terra nnu limmu (2) un recipiente, capace di contenere la lissia (la liscivia, soluzione liquida alcalina contenente idrossido di sodio ottenuta dalla combinazione di acqua e cenere).

Nella crasta ti cófunu si sistemavano con garbo nella parte inferiore tutta la biancheria colorata quéra ca no smuncéa, (quella che non scoloriva) e anche più grossolana e dopo a strati la biancheria bianca in genere e ancora più sopra quella più delicata. A qualche centimetro dall’orlo della cràsta si sistemava per prudenza un panno grezzo, capace di filtrare la cenere e sopra di esso, avvolgendo tutto l’orlo della cràsta, si metteva lu cirnaturu, il ceneracciolo, dove veniva messa la cenere e le foglie d’alloro. Iniziava così il vero processo del bucato cioè “si ccuminzàva a ccaminà lu cófunu”. All’interno del caminetto si metteva a bollire una o tre o cinque caldaie puziniétti (6) d’acqua; la quantità era in funzione della capienza della cràsta (una caldaia per una cràsta piccola, tre caldaie per una cràsta media, cinque caldaie per una cràsta grande) sempre in numero dispari. Aiutandosi con nnu vacaturu (8) si versava la prima caldaia d’acqua bollente sopra la cenere con l’alloro e dopo aver atteso alcuni minuti, si spucéva la cràsta, si sturava cioè lu pizzariéddu, il beccuccio e si raccoglieva la lissia, la lisciva, che non si doveva gettare perché serviva a lavare la biancheria più grossolana, quella di lavoro. Il processo era identico per tutte le altre caldaie di acqua bollente che si versavano sulla cenere. Dopo il versamento di acqua bollente dell’ultima caldaia si sturava definitivamente la cràsta, così tutta la liscivia scolava per bene e la biancheria “riposava” per  tutta la notte. Il giorno dopo si toglieva lu cirnaturu, il panno filtro e si rricintàvunu li rróbbi, ossia si prendeva tutta la biancheria dall’interno della cràsta, e si risciacquava nuovamente sopra lu stricaturu con acqua fresca. Terminato il lavaggio la stessa si sciorinava al sole per l’asciugatura naturale all’aperto. A sera, la biancheria ancora umida, si ritirava dal terrazzo e si stirava con il ferro a carbone “cu llu fiérru a ccrauni” (7). Subito dopo veniva conservata “ntlu cascióni” (9) nel cassone, separata accuratamente per tipologia e uso, pronta per essere prelevata dalle sole donne di casa.   Cosimo Luccarelli.

Tutti al mare…, tutti al mare…, specialmente con il mitico bus! E per colazione le mamme preparavano gli squisiti “Pizz’latiéddi cu lla frítta t’ói”

Alle nuove generazioni che oggi trascorrono tutta l’estate al mare sia di giorno che di notte, può sembrare strano come tanti anni fa andare al mare era un avvenimento straordinario. Nonostante la breve distanza da Taranto e dalla sua costa jonica orientale si andava raramente in spiaggia. Molti andavano “cu llu traínu” (traino), “cu llu sciarrabbà” (calesse), con le motociclette o con le biciclette “a lli Vattiniéri”, luogo sulla Circummar Piccolo dove è ancora attiva una fonte sorgiva di acqua dolce e freddissima, altri andavano con il treno a Nasisi, altra fonte sorgiva di acqua dolce e fredda, da cui nasce il fiume Galeso che sfocia nel Mar Piccolo vicino all’ex Cantiere Tosi attraversando un boschetto di modeste dimensioni.

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Altri (pochissimi per la verità) prendevano il famoso bus “ti Vulériu Arces” (di Aurelio Arces) per recarsi a Lido Gandoli, mitica spiaggia della Marina di Leporano, tanto pubblicizzata su una locandina bianco/nero esposta in Piazza Regina Margherita all’ingresso del Bar Impero con una bella ragazza dai capelli neri in costume da bagno e scarpe bianche.

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E così le mamme, con grande sacrificio, specialmente economico, preparavano qualcosa di speciale: “Li pizz’latiéddi cu lla frítta t’ói ” (piccoli sandwich tondi ripieni di frittatine d’uovo). La bontà di questi spuntini rendeva la giornata al mare ancora più eccezionale, perché erano davvero squisiti questi sandwich, anche se avevano un difetto: finivano subito, nonostante l’abbondante quantità preparata dalle adorate mamme. Coloro che amano le cose buone possono preparli seguendo la ricetta pubblicata su questo blog nella Sezione “Antico Cucinario Grottagliese”.

“Li pizz’latiéddi cu lla frítta t’ói ”

Ingredienti per 1 Kg di “sandwich tondi”: 1 Kg. di farina bianca 00, 200 gr. di olio extra vergine di oliva (tó figghiétti t’uégghiu), 2 patate lesse, 1 cucchiaio di sale fino, 1½ lievito di birra oppure “nna cuppitédda ti luato” (lievito naturale), Latte q.b. Ingredienti per le frittatine: 5 uova fresche, 300 grammi di formaggio pecorino, 150 grammi di pane grattugiato, un ciuffo di prezzemolo tritato fresco, una manciata di capperi, uno spicchio d’aglio, una spruzzata di pepe, un pizzico di sale.

Preparazione: Su un tavoliere disporre la farina a fontana, aggiungere le patate lesse, il lievito, il sale e versare l’olio; impastare energicamente il tutto fino a quando la massa risulta omogenea aggiungendo il latte a sufficienza. Far lievitare la massa per circa mezzora e nel frattempo preparare una teglia ben oleata. A questo punto tagliate la massa a piccole porzioni e lavoratela in maniera da formare delle piccole palle di circa 10 cm., sistemandole nella teglia a giusta distanza per l’ulteriore crescita. Copritele e fatele lievitare per altri venti minuti. Prima di metterle nel forno ben caldo spalmatele nella parte alta con dell’uovo sbattuto e sfornatele quando saranno ben dorate. Durante la cottura dei sandwich preparare le frittatine. In una coppa capiente sbattere le uova a mano con una frusta, aggiungendo gradualmente il formaggio, il pane grattugiato, il sale, il pepe, il prezzemolo, i capperi e l’aglio tritato sottile. In una padella sfumare l’olio d’oliva e versare con un cucchiaio delle piccole porzioni di impasto a base d’uovo. Quando la frittatina sarà cotta da un lato, girarla per far cuocere l’altra faccia, togliendola dal fuoco quando è ben dorata e sistemandola in un piatto. Ripetere l’operazione fino a quando non si esaurisce tutto l’impasto. A questo punto tagliare i sandwich a metà e sistemare al centro la frittatina, richiudere e lasciar raffreddare. Curiosità! Molte mamme nelle frittatine aggiungevano anche delle verdure o degli ortaggi, dicendo ai figli “ccussí bbivíti cchiù picca” (così bevete di meno).

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Perché non riprendiamo queste buone e sane abitudini? Buone vacanze a tutti e ……. andiamo al mare con un ricco cartoccio di: “ Pizz’latiéddi cu lla frítta t’ói ”. Cosimo Luccarelli, a presto!

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