VIDEO DEL GIORNO – Avvio ufficiale del corso di italiano per stranieri promosso dall’Associazione ANTEAS GROTTAGLIE (Video/Intervista della giornalista Lilli D’Amicis del giornale on-line Oraquadra

Anteas Grottaglie Logo DefinitivoProgetto Anteas Grottaglie “LINGUA ITALIANA PER STRANIERI” – Imparare a conoscere e parlare la lingua italiana per acquisire la capacità di comunicare e per meglio inserirsi nella vita sociale e nel mondo del lavoro. Video intervista della giornalista Lilli D’Amicis del giornale on-line Oraquadra.com

 

 

 

 

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Collegamento al sito “Grottagliesità Enciclopedica”

Grottagliesità Enciclopedica

“Grottagliesità Enciclopedica” è il sito di complemento a grottagliesitablog dove sono previste diverse sezioni funzionali di interesse, in corso di caricamento dati, quali: DIZIONARIO MULTIMEDIALE Grottagliese / Italiano – GALLERIA IMMAGINI – RACCOLTA DOCUMENTI – NOTIZIE STORICHE – CURIOSITA’ – NEWS. 

IL COLLEGAMENTO A *GROTTAGLIESITA’ ENCICLOPEDICA* NON E’ AL MOMENTO DISPONIBILE PER LAVORI DI AGGIORNAMENTI AL PROGRAMMA OPERATIVO. 

“Archeologi della Santità” sulle orme di Padre Valentino Gutierrez, gesuita della Comunità di Grottaglie!

In allegato l’articolo di “Il Quotidiano di Puglia” del 09.01.2018 a seguito della manifestazione svoltasi al Teatro Monticello di Grottaglie venerdì  5 gennaio u.s. per ricordare e per ricercare testimonianze sull’opera del gesuita P. Valentino Gutierrez, morto due anni fa, figura indimenticabile a Taranto per aver svolto il ruolo di Cappellano presso l’Arsenale e Vigili del Fuoco. 

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Il Sabato Culturale degli “Amici di S. Francesco” del mese di Gennaio 2018

Sabato Culturale Gennaio 2018

Gli “Amici di S. Francesco de Geronimo” presentano alla città il progetto di restauro conservativo del Santuario di Grottaglie!

PROGETTO DI RESTAURO CONSERVATIVO DEL SANTUARIO SAN FRANCESCO DE GERONIMO

Tra ricordi e poesia aspettando “Pasca Bbufanía”!

In occasione dell’80° anniversario della Parrocchia del Carmine (1938-2018) ripropongo il post di Gennaio 2015 in merito alla Festività dell’Epifania che veniva svolta negli anni ’60 al Carmine. Sacerdoti, suore e catechiste di allora non ci sono più, ma noi bambini e ragazzi di quel tempo li ricorderemo e li ringrazieremo sempre per quello che ci hanno donato.

Archivio “grottagliesitablog”

Festa dell’Epifania sul piazzale davanti al Carmine

Nella foto (don Dario Palmisano – don Cosimo Occhibianco – Suore Figlie dell’Oratorio)

Tanti anni fa, quando eravamo bambini, aspettavamo con ansia la Befana per verificare se nell’anno appena trascorso eravamo stati buoni o cattivi. Ve lo ricordate? Si scriveva la letterina a Gesù Bambino prima di Natale per esprimere il pensierino personale con i buoni propositi e anche la richiesta di un piccolo dono.  La  letterina,  chiusa  per  ovvii motivi, veniva messa sotto il piatto del papà il giorno di Natale. Finalmente arrivava la vigilia della Befana! Con grande emozione si sceglieva la calza da mettere ai piedi del letto o in cucina vicino al caminetto o fracassè,  rovistando tra i cassetti del comò della mamma per  trovare quella più lunga possibile. Era l’ultima vigilia natalizia e nelle famiglie era d’obbigo, secondo tradizione, cenare con nove alimenti di caratteristiche diverse in forma d’assaggio, altrimenti dicevano gli anziani, si diventa “cornuti” (parola che solo da adolescenti si comprendeva il significato). Era anche l’ultimo giorno per  giocare  a tombola in  famiglia sgranocchiando ceci e fave arrostite, lupini salati e tarallini con il pepe, intervallati dai mandarini profumati le cui bucce servivano per le cartelle della tombola. Si andava a letto prestissimo aspettando la mezzanotte per poter toccare con le mani la  parete di calce bianca  adiacente  al  letto,  per verificare il livello della propria bontà o cattiveria. Se la mano restava asciutta significava che le cose non erano andate bene, se invece si bagnava di ricotta voleva dire che c’era stato un buon  comportamento e le marachelle erano tolleranti. Viene spontaneo chiedersi come faceva a stare della ricotta sulla parete? Ovvio, la mamma senza farsi accorgere spalmava un sottile strato di ricotta dolce nella zona dove il bambino poteva arrivare con la mano. Il giorno dell’Epifania, anche se la notte era stata insonne, tutti i bambini si svegliavano prestissimo, per vedere se Gesù Bambino avesse esaudito il proprio desiderio indicando alla Befana il regalo richiesto. I più fortunati, cioè coloro che erano di famiglia benestante trovavano un giocattolo, quale: fucile con tappo di sughero, macchinina di latta, bambola di stoffa, giostrina con carillon, cavalluccio a dondolo in legno,  soldatini  di  piombo,  astuccio  in  legno  con  penne  e  pennini,  birilli,  monopattino  in  legno, teatrino con pupazzi, piccolo trenino in legno, etc. e nella calza cioccolatini al latte sotto forma di monetine dorate. I meno fortunati, nonostante la grande calza appesa, oltre ai prodotti della natura (mandarini, noci, fichi secchi, castagne secche, carrube e qualche caramella) trovavano quasi sempre nella parte più bassa mutandine e calze ben arrotolate.

Befana al Carmine anni 60

Archivio “grottagliesitablog”

Nella foto ( don Dario Palmisano – Vita Chiara Arcadio – Bonfrate Carmela)

I bambini bruciano le letterine con catechisti e parroco

Nel primo pomeriggio tutti i bambini che frequentavano la parrocchia, si radunavano in chiesa per portare in processione il Bambinello e dopo la preghiera comune si bruciavano le letterine,  anche  se  il  regalo  richiesto  non  era  arrivato.  C’era  comunque  la  speranza  che  Gesù Bambino ascoltasse la preghiera scritta nella propria letterina e che nessuno aveva potuto leggerla. La festività si chiudeva quasi sempre con la recita del racconto della natività, dell’arrivo dei Magi, della cattiveria di Erode, della strage degli innocenti. La generosità di tante persone, dei sacerdoti e delle suore favoriva la conclusione del ciclo natalizio regalando a tutti i presenti dolcetti fatti in casa e tante, tante caramelle e cioccolatini.

Archivio “grottagliesitablog”

Recita dei bambini nella festa dell’Epifania sull’altare del Carmine

Nella foto (Luccarelli Salvatore – Lo Scialpo Ciro – Bonfrate Immacolata)

Potrebbe sembrare una storia inventata, ma questa era la “Pasca Bbufanía” di tanti bambini di ieri, oggi adulti e nonni, che ricordano con gioia questa festività tanto attesa. Un Augurio di una buona Befana a tutti, ricca di “ricotta” con la speranza che tutti i bambini del mondo possano avere un regalo che li renda più felici in questo giorno.

A presto !

Auguri di Buon Anno!

auguri 2018

“Pareggiu e firratúra, l’arti tlu ferracavaddi!” – “Pareggio e ferratura, l’arte del maniscalco”

maniscalco

Qualità, abilità e prestanza fisica era il trinomio che riassumeva le doti del maniscalco quando svolgeva l’esercizio della sua arte. Storicamente si sovrapponeva in parte a quella del fabbro per il confezionamento dei ferri, forgiati al momento e su misura, secondo le necessità dei cavalli o muli. Un mestiere molto diffuso in passato, in quanto era una figura importantissima tra gli artigiani, necessaria per ferrare degli animali che contribuivano al duro lavoro di ogni giorno. Infatti il cavallo o la giumenta era il fido compagno dell’uomo di ieri, che lo aiutava a svolgere i lavori in campagna, a trainare grossi traini per il trasporto delle merci e calessi, carrozze e molleggiati per trasporto persone. Un mestiere che si imparava da quando si era piccoli, come tutti i mestieri, azionando il mantice della forgia, scoprendo le tecniche della forgiatura dei ferri e dei chiodi, in funzione delle zampe degli animali. “Lu ferracavaddi” li conosceva molto bene, era meglio di un veterinario, perché oltre a ferrarli era capace di salvarli dal macello sicuro quando non mangiavano più; allora lui pareggiava i denti e così ripristinava la masticazione. Sia d’estate che d’inverno lavorava quasi sempre all’esterno della sua bottega; il cavallo o giumenta o ronzino, tenuto dal padrone per la cavezza, teneva fermo poggiato sulle ginocchia del maniscalco lo zoccolo per essere ferrato. Un lungo grembiule di cuoio riparava il maestro da eventuali scottature e graffiature mentre sistemava il ferro, che doveva proteggere lo zoccolo da un eccessivo consumo e non doveva compromettere il grande equilibrio del meccanismo locomotore dell’animale. L’arte del ferrare trovava la più alta espressione nella conoscenza del piede dell’animale, sia esso sano, difettoso o malato, oltre alla preparazione del ferro e dei chiodi. L’amore sviscerato per questi stalloni, giumenti, ronzini, etc. lo esaltava al punto tale che molti di loro dicevano: “se l’animale lo tratti bene, ti riconosce da come cammini e ti nitrisce quando ti incontra per la strada”. La scena della tosatura del cavallo è ancora presente nella memoria di tante generazioni. Si portava a tosare il cavallo o la giumenta durante le belle giornate soleggiate; era necessario tosare l’animale perché favoriva la traspirazione e la pulizia del pelo che diventava ostico quando era lungo. Oltre a tenere l’animale per la cavezza, il padrone girava la manovella che azionava la tosatrice tramite un lungo cordoncino metallico. Abilmente lui tagliava tutto il pelo del corpo, compresi gli arti e la testa, fatta eccezione per un piccolo triangolo all’attaccatura della coda e una striscia in corrispondenza del garrese. Il cavallo o la giumenta era impaziente, non accettava quel rumore e quella vibrazione dell’utensile e così il maniscalco adeguava i movimenti alle reazioni dell’animale, specialmente quando tosava la testa, la pancia, l’interno coscia e sotto la coda e la gola. A fine tosatura il padrone copriva il suo compagno di lavoro con delle coperte per evitare infreddature e scegliendo la strada dove c’era più sole, ritornava a casa senza fermarsi per poter ricoverare subito l’animale nella stalla.

                                                                                                        Cosimo Luccarelli

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